Dal sopruso alla giustizia
12 Marzo 2019
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Dal sopruso alla giustizia

Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi 6,8).

Il Libro del profeta Michea (che vuol dire “Chi è come Dio?”), uno dei profeti minori, si apre con un urlo che vuole raggiungere l’orecchio di tutti i popoli, un richiamo alla giustizia fatto con veemenza. Dio fa un esodo: esce dal tempio e si mette a passeggiare per i monti di Israele dove si assiste alla più vergognosa manifestazione dell’idolatria. Nel corso dell’VIII secolo, nel comune sentire del profetismo preesilico, il profeta Michea viene chiamato da Dio a denunciare le classi dirigenti sia politiche che religiose del suo tempo: i potenti, che sono avidi di campi e di case e strappano la pelle di dosso al popolo, e i falsi profeti, che profetizzano guerra o pace a seconda di un tornaconto personale.

Il problema centrale è quello di sempre: l’abuso del potere che porta a usurpare i beni altrui e a prevaricare sul popolo. Viene ribadito con forza però che la storia della salvezza impegna a serie esigenze etiche e a relazioni di rispetto e fedeltà. Dio non vuole teatri, maschere, ipocrisie, falsità nascoste dietro a prassi “religiose” che possono mettere in stand by la coscienza, ma vuole trasparenza, unificazione interiore, unità tra professione di fede e vita, armonia e ordine nella relazione con il Creatore e con i fratelli.

Il profeta vuole, come Amos, affrontare e sviluppare il tema della giustizia. La giustizia è tutto ciò che Dio chiede a Israele di realizzare. Il libro si dipana in un’alternanza di oracoli di giudizio e parole di salvezza: in Mi 1-3 troviamo oracoli di giudizio, in Mi 4-5 oracoli di salvezza per Gerusalemme, in Mi 6-7 parole di giudizio e una liturgia di salvezza. Il giudizio e la condanna dei disordini sociali e religiosi quindi procedono in modo parallelo alle profezie di salvezza che aprono all’ottimismo e lasciano intravvedere un futuro gravido di speranza.

Infatti anche se il popolo si perde dietro al potere, Dio non si allontana dal suo progetto salvifico e non viene meno al suo rapporto di alleanza con Israele: un piccolo resto del suo popolo sarà radunato in Sion e a governarlo ci sarà un vero pastore, un messia che inaugurerà un tempo di pace e che uscirà da Betlemme (cf. Mi 5,1). Questo sarà un centro attrattivo verso il quale accorreranno i popoli assistendo ad una trasformazione straordinaria: le spade, strumenti di guerra, si muteranno in vomeri, strumenti di lavoro e coltivazione della terra (cf. Mi 4,1-3). Non più distruzione ma germogliare di vita nuova.

Michea ricorda inoltre che il culto gradito a Dio non sono le offerte e i sacrifici, ma un cuore trasparente che tema lui e ami la vita del prossimo. Il popolo è disposto a fare grandi cose per Dio tranne che convertirsi. Per Dio invece i riti esterni sono possibili solo quando vi sono le disposizioni interne. In Mi 6,8 vi è il climax della pericope: Dio vuole una qualità diversa della vita, vuole la giustizia (mishpat) che indica l’impegno e la responsabilità verso gli altri, la bontà (ḥesed) che è una qualità della relazione con gli altri che chiede lealtà e fedeltà, e la fede umile che dice la docilità ad ascoltare il Signore e camminare dietro a Lui.

Il potere è un virus che stronca o un lievito che fa crescere. Dipende da come lo si usa. Se taglia fuori gli altri è distruttivo, se li include porta avanti la storia. Umanizzarlo è il compito dei profeti che, di fronte ai soprusi, devono liberare l’urlo della denuncia, ma soprattutto intonare il canto dell’amore che si abbassa, che serve, che solleva, che vede in ogni creatura l’immagine del Padre celeste.    

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