Dalla liberazione nasce la legge
5 Maggio 2017
La Fonte (351 articles)
0 comments
Share

Dalla liberazione nasce la legge

Quando nella bibbia si parla della Legge si intendono innanzitutto i primi cinque libri, che per il popolo d’Israele costituiscono il fondamento della propria fede. Non si tratta tuttavia di un codice di leggi, ma del racconto della nascita del popolo d’Israele nel contesto della storia dell’umanità. Se questi libri sono accolti come legge che orienta un comportamento, questo avviene non semplicemente per delle regole ma perché queste regole provengono da quel Dio che ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto e ha dato una terra dove abitare. Questa verità fondamentale è ricordata all’inizio dei dieci comandamenti (Es 20,2) ma anche nel modo stesso in cui è disposto il racconto che ha al centro (nel libro del Levitico) tutta una serie di norme religiose che regolano il rapporto tra il popolo e Dio che ormai abita in mezzo ad esso.

Lo stretto legame tra l’esperienza di liberazione del popolo e la necessità di agire in modo conforme alla propria identità si riflette anche nelle singole parti sia dei racconti che delle leggi. Lo possiamo vedere, ad esempio, nel cosiddetto “Codice dell’Alleanza” (Es 20,22-23,19), il nucleo forse più antico di leggi presente nella bibbia. In esso troviamo una serie di leggi che riguardano il trattamento degli schiavi, la legge sul ripudio, l’uso della violenza e le sue conseguenze, il furto, e il giusto processo. Non sono regolamentati tutti gli aspetti della vita sociale, ma vengono presentate delle situazioni particolari, che vanno oltre la consuetudine. Molti dei casi affrontati riecheggiano in realtà alcuni dei dieci comandamenti elencati poco prima, un po’ come vediamo nel rapporto che intercorre tra la legge fondamentale moderna (la costituzione) e i diversi codici di leggi che non possono mai entrare in conflitto con essa. A scanso di equivoci, infatti, in questa raccolta si fa riferimento al punto fondamentale che troviamo all’inizio dei comandamenti: la scelta di adorare solo il Dio che ha liberato dall’Egitto. Ciò è ribadito dall’aver incastonato le diverse leggi che riguardano la relazione con gli altri all’interno di leggi che riguardano il rapporto con Dio, poste volutamente all’inizio (20,22-26), alla fine (23,13-19) e al centro esatto della raccolta: “Colui che offre un sacrificio ad altri dei, anziché al solo Signore, sarà messo a morte” (22,19). In tal modo l’intero codice dell’alleanza trova la sua ragione d’essere nel fatto che è Dio, quel Dio che ha dato forma al popolo da una massa di schiavi, come nel racconto della creazione aveva dato forma all’uomo da un pezzo di creta, che ora gli dona l’anima attraverso la legge, che diventa la vita del popolo, come all’inizio aveva soffiato nelle narici di Adamo. Uscire dalla strada tracciata da Dio significa semplicemente morire, come Dio aveva detto ad Adamo nell’Eden (il racconto della creazione dell’uomo è soprattutto l’anticipazione sotto forma di parabola della nascita del popolo nel deserto).

Il riferimento alla liberazione non compare subito nel codice dell’alleanza, ma riemerge nel momento in cui si parla dei comandamenti che riguardano la presa in carico dei più deboli della società e dell’amministrazione della giustizia, nella seconda parte del codice, incastonata tra due leggi che riguardano il giusto trattamento degli stranieri: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra di Egitto” (22,20); “Non opprimerai il forestiero: Anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d’Egitto” (23,9). Da questi brevi cenni si capisce che le leggi bibliche non sono un elenco informe ma obbediscono a una logica: la stretta connessione tra la legge morale che deve guidare il popolo e l’esperienza originaria da cui nasce la sua identità. Le leggi scritte nell’Esodo sono state “aggiornate” nelle raccolte successive contenute nel Levitico (17-26) e nel Deuteronomio (12-26) ma non si sono staccate dal fondamento originario, cioè l’esperienza di essere stati liberati dalla schiavitù, di essersi scrollati di dosso il peso dell’oppressione per fondare una società in cui il criterio per agire non è il più forte ma il più debole: “Non maltratterai la vedova e l’orfano” (22,21); “Non ledere il diritto del tuo povero nel suo processo” (23,6).

Se l’esperienza dolorosa da cui si è stati affrancati è quella del dominio di pochi su molti, la tentazione di far stabilire i criteri del vivere sociale ai più forti, siano maggioranze elette o poteri occulti, fa rinnegare la propria identità e riporta presto alla schiavitù. Il divieto di adorare altri dei non è segno di fondamentalismo, nel caso della bibbia, ma piuttosto riconoscimento del fatto che nessuna divinità si è impegnata per liberare il proprio popolo come ha fatto il Dio d’Israele che ha scelto di stare dalla parte dei deboli, non chiedendo neppure un tempio (che verrà costruito solo quando l’istituzione monarchica si conformerà agli usi dei popoli vicini) ma restando in una tenda in compagnia di coloro che non abitano nei palazzi.☺

 

La Fonte

La Fonte