dalla proteta alla proposta
30 Aprile 2011
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dalla proteta alla proposta

 

In quest’anno in cui si dà risalto alla dimensione del volontariato a livello europeo, non è il caso di insistere sul recupero di un modello di umanità che sembra in fase di archiviazione?

Non sappiamo a quali cause ricondurre i fenomeni diffusi di attaccamento al denaro e di ripiegamento nella contesa senza esito cui si assiste da mane a sera nelle poco seducenti sceneggiate della politica. Il denaro è uno dei segni più diffusi che producono alienazione che poi è “rendere altro se stessi” ma non certo per “aprirsi agli altri”.

L’attaccamento al denaro in questi giorni viene fortemente denunciato da Vittorino Andreoli, psichiatra e saggista che ha insegnato anche in Molise, il quale ritiene che alla intossicazione derivata dalla dipendenza esclusiva da denaro si fa fronte solo con la terapia che porta alla cultura del dono. È su questa strada che fin dalle origini si è alimentato il volontariato come disponibilità all’altro senza limiti e misure e con l’assunzione del servizio con il volto sorridente e non con la faccia sfuggente dell’elemosiniere. Scriveva Gandhi: “La mia attitudine all’assistenza si trasformò a poco a poco in una vera passione, tanto che spesso mi portò a trascurare il mio lavoro e a volte impegnai in quei servizi non solo mia moglie, ma tutta la gente di casa”.

Viviamo una stagione in cui c’è troppo “politico” e poco “civile”. Una politica invasiva nei dibattiti pubblici, nei media, nelle università e nella cultura.

Senza mezzi termini così la configura Mauro Magatti, esperto in materia di militanza civile: “Nel dibattito contemporaneo, l’idea di società civile è usata per indicare ciò che sta al di fuori del controllo degli apparati politico-amministrativi. Se ne dà, cioè, una definizione prevalentemente negativa, in contrapposizione alla regolazione statale”.

La società civile è essenzialmente carisma, non è istituzione e, al suo interno, il volontariato per primo, come espressione profetica della società, deve esercitare la critica verso ogni forma di potere e di interessi di parte, svolgendo tale funzione nei confronti di tutti i partiti e i governi. Ma senza impaludarsi in quella temperie culturale che ci contagia tutti in quanto povera di proposta e incastonata in un presente senza futuro. Dobbiamo compiere un passaggio epocale che ponga fine alla logica diffusa di un dissenso che non si fa carico della propositività volta alla conquista di traguardi che pongano al centro la ricerca e la salvaguardia del bene comune.

Ci sconforta in questo momento la linea diffusa che molte nazioni e popoli hanno assunto nei confronti degli emigrati, soprattutto giovani, di provenienza africana che hanno comunque fornito chiari segnali di rigetto delle forme barbariche e disumane di regimi che hanno segnato il destino di popoli che continuano a pagare prezzi elevatissimi di un’oppressione che credevamo appartenere ad altri tempi. Mentre i paesi cosiddetti “civili” proseguono in un cammino di tolleranza di tali regimi, che giova unicamente al proprio tornaconto, nello sfruttamento di fonti energetiche di territori che delle stesse non ne possono giovare. È questa la lettura che ne fanno anche documenti della Chiesa italiana. In uno recente, a chiare lettere, si pronuncia Angelo Bagnasco presidente della CEI: “Se vuole un suo domani, l’Italia non può non battersi per fronteggiare le derive dell’individualismo più esasperato e radicale, come non può affidarsi solamente alle relazioni di solidarietà e fecondità riscontrabili, per fortuna, tra gli immigrati”.  Quasi a dire: forse abbiamo qualcosa da apprendere da loro.

Occorre adoperarsi per andare oltre la logica di un individualismo che pervade il pensiero e le prassi di individui e popoli che in questa stagione storica ci richiamano le pagine più buie di una storia che ci riporta all’indietro di secoli. Il volontariato costituisce una opportunità urgente per far fronte alla cultura barbarica che ai nostri giovani viene presentata come un fenomeno storico archiviato di tempi andati. E spetta soprattutto alla società civile il dovere di riconoscere nelle nuove generazioni, anche di provenienza tunisina, algerina, magrebina, libica e… diffusamente di terzo mondo, la volontà di andare oltre politiche e prassi che, queste sì, pongono la cultura della solidarietà e della reciprocità in angoli riposti di una storia che oggi rischia di stagnare nei bassifondi  di poteri autoreferenziali.

Essere propositivi significa uscire dagli oscuri e ignobili scenari che si alimentano di scontri verbali e di diffusa transumanza politica che infestano la nostra società. La cultura del dono e del dialogo sono le premesse per riproporre una strategia propositiva  che vada oltre le diatribe e le furberie di una politica centrata sul perseguimento del tornaconto proprio e dei propri accoliti.

Si ridesti la società civile e recuperi la propria dimensione, sancita dall’art. 1 della nostra Costituzione che assegna la sovranità al popolo. Una sovranità volta al raggiungimento del bene comune. A partire dai più deboli. ☺

 le.leone@tiscali.it

 

 

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