Debito è rapporto sociale
15 Marzo 2021
laFonteTV (2354 articles)
0 comments
Share

Debito è rapporto sociale

La pandemia ha moltiplicato in tutto il mondo i debiti, esasperando un quadro globale già folle. Strumenti come Recovery Fund e Mes si collocano in questo orizzonte: vengono proposti come la panacea, ma sono la causa dei problemi che si finge di affrontare. Si continua infatti a ritenere che l’infrastruttura finanziaria globale sia il terreno in cui proporre cambiamenti senza vedere che essa riproduce le crisi. Del resto il debito è un rapporto sociale, non solo una grandezza economica: l’individuo o la comunità che si indebita realizza un proprio rischio, ma al tempo stesso esprime sudditanza verso il creditore e la mancata realizzazione si trasforma in colpa. Intanto, i fattori che favoriscono la crescita del debito dei paesi (iperconsumismo, disuguaglianze di ricchezza, dominio del profitto, lotta tra stati…) e che rafforzano l’importanza di rispettare i programmi per la sua riduzione sono gli stessi che spingono verso la catastrofe ecologica del pianeta. Il debito infatti serve a trasformare la natura in merce. La questione, dunque, non è affidare la gestione del debito a banchieri, a bravi governanti o a banchieri governanti, ma liberarci di questa gabbia.

La pandemia ha sommerso il mondo in un mare di debiti. Non che la situazione fosse del tutto sotto controllo prima dello scorso marzo ma le misure d’urgenza intraprese dai governi per contrastare gli effetti della pandemia sull’economia reale hanno esasperato il quadro. Riusciranno i governi, di concerto o meno con le banche centrali, a tornare indietro? I paesi riusciranno a ridimensionare le politiche fiscali e monetarie su livelli più consoni? Anche secondo il FMI gli stati dovrebbero pensarci due volte prima di riprendere a tagliare la spesa perché c’è il serio rischio di stroncare sul nascere la ripartenza. È un caso che i due più grandi paesi, Usa e Cina, siano in una situazione simile? I meccanismi di guida sono del tutto diversi, ma il risultato in termini di debito è sostanzialmente pari.

Nel libro Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo di Paolo Perulli (La nave di Teseo editore) si parte da questo contesto e come una lama tagliente si entra nel merito di un sistema che è dentro di noi e che ci condiziona al punto da farci sentire liberi dentro una gabbia. Ecco alcuni spunti interessanti di riflessione che ci dicono come stiamo e come forse poterne uscire. La religione chiamata economia. Mente finanziaria e corpo tecnologico del capitalismo sono intrecciati globalmente. La finanza mondiale si sviluppa in ambienti dominati dalla tecnologia dell’informazione istantanea, che rende possibili le transazioni nei mercati ufficiali e paralleli in cui circola il capitale finanziario globale entro sempre nuovi prodotti e veicoli il cui valore supera di molte volte il Pil mondiale. La tecnologia a sua volta dipende dall’immensa disponibilità finanziaria di capitali di rischio, che permettono alle piattaforme digitali di transitare dallo stadio iniziale a quello di imprese globali in pochi anni. Ma le imprese di punta possono permettersi perdite iniziali di mld di $ all’anno, certe che saranno ampiamente recuperati.

Nonostante la differenza quasi antropologica tra gli imprenditori digitali e gli speculatori finanziari un tratto culturale li unifica: è la credenza in una “religione secolare planetaria” che pone il proprio sguardo sulla nostra disponibilità immediata e il fine nella nostra pronta realizzazione. Nessun’altra religione di salvezza ha elaborato una simile escatologia, perché lo sguardo sul fine, nelle religioni, è sempre spostato in un altro tempo, in un altro luogo. Non così nel capitalismo: il suo orizzonte pratico è la valorizzazione attuale, cui tutti possiamo accedere! Il ruolo del tempo è certamente cruciale nel denaro che è l’istituzione chiave del capitalismo. Questo tempo futuro ha forti analogie con il tempo escatologico delle religioni: qui si realizza in un “incantamento secolare” nel mondo costruito attraverso proiezioni sociali e pratiche collettive. L’economia procede dunque per finzioni in cui “credere”. Esattamente come hanno fatto in passato le religioni. Questo è tipico della religione romana, che si basa sul rispetto di formule dettagliate. Anche i popoli moderni hanno seguito questo modello. Si può così cogliere la dinamica di fenomeni come l’economia del debito che, partendo da assunti e aspettative non logiche – immaginare certi rendimenti futuri ecc. -, dà il via libera a finzioni (rituali, atti e formule) del sistema finanziario che ne assicurino la continuità.

La verità è che il debito cresce ovunque, nel mondo avanzato e in quello emergente, negli Stati, nelle imprese, nelle famiglie. Il suo principale strumento è il capitalismo finanziario. È come se l’autore dicesse: finché continuiamo a indebitarci è come dire a un tossico  che solo assumendo ancora altra droga guarirà. In realtà è quando si smette che si iniziano a vedere i veri problemi che la droga nasconde. Oggi il debito svolge la funzione di surrogato politico e sociale per la crescita del reddito, nasconde i problemi reali attraverso un’enorme, globale spirale debitoria.☺

 

laFonteTV

laFonteTV