Di rabbia e di tenerezza
30 Ottobre 2014
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Di rabbia e di tenerezza

Lettera aperta  di un terremotato sopravvissuto

Sono un superstite. Non come uno studente impreparato che scampa il pericolo di una interrogazione, per niente simile a un credente miracolato che fa voti per grazia ricevuta. Il terremoto del 31 ottobre 2002 mi ha dato consapevolezza chiara che siamo “i superstiti di turno di un massacro continuo”, per dirla col sarcasmo di Marcello Marchesi. Questa coscienza rivoluziona totalmente l’esistenza perché anzitutto porta a relativizzare il possesso dei beni e ancor più a rifuggire l’accaparramento. Si guarda con occhi nuovi la vita, la si ama, ci si lascia amare e con l’entusiasmo del neofita si affrontano imprese fino ad allora impensabili. Si scopre che l’ascetico “memento mori” (ricordati che devi morire) non è frustrante, ma un invito pressante a spendersi nell’oggi senza riserve.

Nella gran parte dei casi, purtroppo però può accadere anche il contrario e così la destabilizzazione delle strutture materiali scatena la corsa al profitto e a cercare piccoli o grandi vantaggi. Il terremoto come qualunque altra sciagura dà la stura a forme inconcepibili e tuttavia studiate a tavolino di sciacallaggio. Se in Molise, tardo in tutto, perfino nell’indignazione del malaffare, si sussurra appena del sistema sfamato col denaro del terremoto, in Abruzzo, solo qualche anno dopo, si va dalla prefetta, che piange per non ridere, agli imprenditori che invece si sganasciano la notte stessa della tragedia nei loro comodi letti; dalla truffa dei cessi biologici del giorno dopo ai balconi delle case nuove che cominciano a collassare, come l’era Berlusconi che li aveva imposti. Morale della favola: raramente nei luoghi provati da eventi catastrofici si parte dal problema e si cerca di risolverlo o di mettere in condizione perché si trovi soluzione. Un bisogno finché non incancrenisce, ma spesso anche dopo, è fonte di reddito per tutti a iniziare dalla politica con la “p” minuscola che ormai la fa da padrona nei piccoli centri come nelle regioni, su fino ai livelli internazionali.

Come superstite sono arrabbiato per tutto ciò e perché non è pensabile che dopo dodici anni si è ancora solo agli inizi della ricostruzione e che i politici che ci hanno fatto campagna elettorale per anni siano spariti proprio quando era nelle loro possibilità avviare qualche soluzione. Come spiegare ai baraccati che si sta lavorando per loro quando da anni non viene neppure coperta la legge regionale che prevede un parziale rimborso delle bollette luce e gas? Molte imprese, impegnate nella ricostruzione, stanno finendo sul lastrico perché ancora non si riesce a porre rimedio al Sistema Iorio che ha impantanato il Molise. I familiari delle vittime di San Giuliano di Puglia hanno diritto al risarcimento, come ha sentenziato il tribunale, ma è possibile che il denaro loro spettante sia sul capitolo della ricostruzione? Si piange la tragedia di una scuola crollata, ma non si fa nulla per migliorarle a livello strutturale e qualitativo. Interrogativi interminabili e senza risposte, ma al pensiero che il sisma del Belice del 1968 è stato dichiarato concluso solo in questi giorni si può ormai cominciare a maneggiare talismani e a fare scongiuri, non sapendo più a quale santo votarsi!

Da superstite, consapevole del valore della vita, mi rendo sempre più conto che delle opportunità bisogna offrirle a tutti, senza alcuna distinzione perché, come proclamano le instancabili Madri di Piazza di Maggio argentine, “el otro soy yo” (l’altro è me) e dunque se ci caliamo nei panni di ogni persona non possiamo per esempio continuare a dire imbecillità del tipo: gli immigrati ci rubano posti di lavoro e contemporaneamente ritenere che i giovani italiani esportano professionalità o colgono delle opportunità all’estero, che i rifugiati e richiedenti asilo ci costano 35 euro al giorno quando a loro vanno 2,5 euro e il resto torna nelle nostre tasche a vario titolo, che non possiamo continuare a dissanguarci per recuperarli in mare quando siamo la causa prima della fuga dalle loro patrie, che…

A meno che non si è fratelli di Rambo, e non è il mio caso, difficilmente si riesce ad essere superstite più volte, per questo allora non posso rimanere indifferente o essere complice del massacro della natura e poi far passare per fatalità le tragedie conseguenti. Genova è un caso eclatante, ma il nostro territorio molisano è quasi tutto a rischio idrogeologico. E che dire delle discariche abusive, non nella terra dei fuochi ma nel palazzo De Notaris di Castelmauro? Non posso non arrabbiarmi di fronte a una regione che non si dota di un piano energetico e poi i consiglieri regionali, presi con le mani nella melassa, fanno voti perché si sospenda la costruzione delle centrali a biomasse nella valle del Matese. Senza i cittadini a fare muro non si sarebbero interrotti i lavori e allora se è il popolo a dover difendere il territorio, ci sarebbe da concludere che i politici ci stanno solo per fare scempi!

Essere superstiti non è solo aggrapparsi alla vita con i denti e lottare con tutte le forze, ma è anche stupirsi di fronte a un fiore che sboccia, un sorriso che illumina un volto, una ruga che segna gli anni, un tramonto che dà l’ultimo fuoco alla giornata, un sogno condiviso che fa uscire dalle solitudini. È recuperare il tempo libero evitando l’ingranaggio lavoro di più per spendere di più perché si finisce solo per essere infelici di più.

Se è la bellezza a salvare il mondo, saranno rabbia e tenerezza a custodirlo per renderlo piacevolmente abitabile.☺

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