Dietro i muri
15 Novembre 2021
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Dietro i muri

«“In questo ospedale le donne non verranno più curate” abbaiò la guardia. […] Dalla folla si alzarono grida di protesta. […] “Mia moglie sta per partorire!” urlò un uomo corpulento. […] “E l’ospedale di Ali Abad?” chiese un altro uomo. La guardia scosse la testa. “E Wazir Akbar Khan?” “Solo per uomini” disse. “E noi cosa dovremmo fare?” “Andate al Rabia Balkhi” rispose la guardia. Si fece avanti una giovane donna, dicendo che c’era già stata. Non avevano acqua pulita, né ossigeno, né elettricità, né medicinali».

Ma è proprio in quest’ultimo ospedale che finisce la protagonista di questa storia, Laila – accompagnata da un’altra donna, Mariam (che è l’altra figura principale) – per sottoporsi, senza alcuna anestesia, a un cesareo effettuato in una vecchia e squallida sala operatoria dall’unica dottoressa, trafelata, che prova momentaneamente a togliere il suo burqa azzurro per operare grazie all’infermiera che staziona per lei accanto alla porta.

Molte delle lettrici e molti dei lettori avranno riconosciuto dai nomi e da queste terribili sequenze della trama il secondo romanzo di Khaled Hosseini, Mille splendidi soli, uscito nel 2007 – dopo quello straordinario caso editoriale che è stato Il cacciatore di aquiloni – e pubblicato lo stesso anno in Italia da Piemme, nella traduzione di Isabella Vaj. Ambientato in Afghanistan fra il 1959 e il 2003, il romanzo racconta la vita di Mariam e Laila, due ragazze nate a trent’anni circa di distanza agli antipodi di Kabul e cresciute in ambienti opposti anche socialmente e culturalmente: Mariam è una harami, «una bastarda», che ha imparato solo la legge della sopportazione; Laila proviene da una famiglia benestante e istruita, ma è rimasta orfana a causa di una bomba. Il matrimonio combinato prima per l’una, poi per l’altra con uno sconosciuto calzolaio di Kabul, violento e aggressivo, unirà le due donne, costrette a condividere quotidianamente la stessa vita servile e gli stessi soprusi, fino alla tragica conclusione per una delle due…

A due mesi circa dal ritiro delle truppe occidentali dall’ Afghanistan e dal ritorno dei talebani al potere, le testimonianze anonime di alcune attiviste di Herat fotografano una situazione non molto diversa da quella della Kabul di quasi venti anni fa descritta da Hosseini. In pochissime ore la loro vita si è trasformata, sia nelle pratiche quotidiane sia negli spazi domestici: i talebani hanno imposto di nuovo alle donne una serie di divieti, fra cui quello di accedere all’istruzione secondaria e di frequentare l’università, come studentesse e come docenti. E insieme alle esecuzioni capitali, ai cadaveri appesi alle gru e alle frustate ai giornalisti, sono tornate le intimidazioni a chi si era ritagliato un ruolo nella società. Come le 220 giudici che devono vivere ora in luoghi segreti, perché oggetto delle minacce di quegli stupratori e di quei femminicidi che avevano fatto condannare.

La mortificazione delle donne è dunque il risultato più concreto raggiunto dal nuovo regime talebano e i «mille splendidi soli che si nascondono dietro i muri di Kabul» nei versi di Saib-e-Tabrizi, poeta persiano del XVII secolo da cui deriva il titolo del romanzo, non brillano più, a causa dei muri (e i burqa) dietro i quali le donne sono ora costrette di nuovo a nascondersi.☺

 

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