dignità di resistenza
28 Marzo 2011
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dignità di resistenza

 

Aver sentito parlare del muro che è stato costruito per separare Israele dalla Cisgiordania è una cosa, vedermelo davanti, quando sono arrivato, agli inizi di febbraio, in occasione di un pellegrinaggio in Terra Santa, in una città simbolo come Betlemme, alto otto metri, di cemento grigio, con torrette di guardia e porte d’acciaio altrettanto alte, che separa in due una strada e sovrasta un ristorante e un negozio di souvenir, è un’altra cosa. Attraversare il muro significa entrare in un altro mondo, fatto di povertà che stride con lo stile occidentale che si trova a pochi passi, nella Gerusalemme ebraica. Vieni a sapere dei permessi negati ai cristiani arabi di Betlemme di andare a Gerusalemme, se non due volte all’anno, di macchinari medici ad alta tecnologia, donati da enti di beneficenza europei, bloccati nella dogana di Tel Aviv oppure mandati in Palestina mancanti di qualche pezzo necessario al funzionamento, così da aumentare i rischi di morte per molti palestinesi, per mancata possibilità di diagnosi nei propri ospedali dove mancano spesso anche i più semplici farmaci salvavita, oppure perché bloccati ai check-point attraverso cui poter arrivare negli ultramoderni ospedali israeliani. Eppure si nota la dignità di un popolo che tenta di resistere nonostante tutto, nel contesto internazionale di un occidente filo-israeliano che considera in blocco i palestinesi terroristi potenziali da cui si deve “giustamente” difendere l’unica vera democrazia del Medio Oriente che, tuttavia, ha tremato quando la dittatura egiziana si stava sfaldando, come d’altronde trema la nostra grande democrazia gestita da nani e ballerine di fronte alle rivolte libiche.

Paradossalmente è proprio la tradizione ebraica a descrivere in modo mirabile cosa significa resistere di fronte a chi vuole semplicemente cancellare la tua identità, sperare che un popolo semplicemente scompaia per togliere il disturbo oppure che vada altrove a trovare casa. Nelle vicende dei Maccabei, raccontate negli omonimi libri, sono descritte due modalità di resistenza, entrambe presenti anche nella lotta del popolo palestinese, che si ostina a non voler scomparire, nonostante la sovrastante forza di Israele e lo sfruttamento ideologico di quelle lobby arabe e islamiche che usano il martirio dei palestinesi per propagandare la loro guerra del terrore. Da un lato la resistenza armata, non esente da veri e propri atti di terrorismo, protratta nei decenni con l’OLP di Arafat e che ha portato, con l’apertura al dialogo con gli israeliani, a una parvenza di autonomia nei territori; tale resistenza è pienamente identificabile con la guerra dei Maccabei che a loro volta hanno instaurato un regno indipendente con molte contraddizioni interne. Dall’altro lato la semplice resistenza fatta dalle scelte personali di ciascuno, come la madre e i sette figli uccisi dai greci, di cui si racconta in 2 Mac 7 e soprattutto la dignità dell’anziano Eleazaro che, invitato a trasgredire i comandamenti per salvare la propria vita, risponde così: “Non è affatto degno della nostra età fingere con il pericolo che molti giovani, pensando che a novanta anni Eleàzaro sia passato agli usi stranieri, a loro volta, per colpa della mia finzione, durante pochi e brevissimi giorni di vita, si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia. Infatti anche se ora mi sottraessi al castigo degli uomini, non potrei sfuggire né da vivo né da morto alle mani dell’Onnipotente. Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età e lascerò ai giovani nobile esempio, perché sappiano affrontare la morte prontamente e generosamente per le sante e venerande leggi” (2 Mac 6,24-28).

Nella volontà di continuare a resistere di un popolo ferito nella propria dignità e nella possibilità vera di autodeterminazione, possiamo vedere di nuovo presente le lotte di liberazione di cui a più riprese ci parla la bibbia, lotte che il più delle volte si attuano attraverso la resistenza passiva di fronte a chi usa la forza e sono alimentate dal desiderio non solo di lottare per se stessi, ma di lasciare anche un insegnamento ad altri che potranno, forti di questo esempio, non arrendersi di fronte allo strapotere dei violenti.

La dignità di resistenza del popolo palestinese, che non è costituito assolutamente da terroristi, ma da persone che ho visto sognare una vita normale, fatta di libertà di espressione delle proprie idee e tradizioni, è emersa in modo lampante anche nelle rivolte popolari fatte in Egitto e Tunisia dove, in barba a tutti i cliché occidentali che vedono i popoli arabi portati alla violenza, hanno mostrato una capacità di resistenza pacifica, nonostante l’uso della forza da parte dei regimi, dando una lezione di civiltà a chi si ammanta della veste di superiorità culturale e che allo stesso tempo, anziché gioire per i popoli che lottano per la libertà, teme le orde di immigrati, non volendo riconoscere che molti fuggono anche a causa degli affari che noi, democrazie superiori, abbiamo fatto per decenni con quei dittatori che hanno affamato i loro popoli.

Se ha ancora un significato appellarsi alle radici giudeo-cristiane dell’Europa e dell’Occidente, esso sta, come ci insegna la bibbia, nel solidarizzare con chi resiste all’ingiustizia e non nel chiuderci a riccio nel nostro egoismo, costruendo muri invisibili che per i disperati del Sud del mondo diventano i veri muri del pianto. ☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

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