Dirottiamo la storia
2 novembre 2018
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Dirottiamo la storia

Lettera aperta a quanti credono in un futuro nonviolento

Lo ammetto: ho goduto di un privilegio, oggi per fortuna esteso alla stragrande maggioranza dei cittadini. Non ho mai varcato la soglia di una caserma, neppure per fare la visita militare. D’altronde la mia formazione nonviolenta, radicata nel vangelo, mi avrebbe impedito di indossare una divisa. All’obiezione di coscienza al militare, negli anni ho maturato anche l’obiezione alle spese militari che non ha nulla a che vedere con l’evasione fiscale, in quanto si dichiara il dovuto e si versa per una causa di pace quanto lo stato destina agli armamenti. L’ho pagata cara con pignoramenti di beni e conseguente vendita all’asta. Il denaro insomma mi è stato estorto dallo stato. Da decenni rivendico il diritto all’opzione fiscale, cioè chiedo che nella dichiarazione dei redditi venga indicato se si vuole finanziare la difesa armata della nazione o quella popolare nonviolenta.

A cento anni dalla fine della prima catastrofica guerra mondiale, definita lapidariamente dal papa di allora, Benedetto XV, “inutile strage”, dopo una seconda ancora più tragica, mentre altri focolai vengono accesi in varie parti del globo, dovremmo interrogarci seriamente sul futuro nostro e della terra affidata alle nostre cure. Possibile che il sangue dei tanti Abele non abbia ancora fatto fiorire la pace?

Dopo il taglio dei vitalizi, tagliamo anche il finanziamento delle forze armate

L’unico bilancio dello stato sempre in crescita è quello destinato alle forze armate. La sacrosanta battaglia contro i vitalizi ai parlamentari per risparmiare poche briciole perché non viene estesa anche all’esercito? Paradossalmente abbiamo più comandanti che comandati: 87mila tra ufficiali e sottufficiali contro 83mila tra graduati e truppa. 25 miliardi di euro sono in bilancio quest’anno per far giocare alla guerra, di cui 6,5 miliardi di stipendi, 5,7 miliardi in armamenti, 520 milioni per mantenere le basi USA in Italia, 15 milioni per i cappellani militari – una vera sconcezza quella di preti e vescovi con le stellette – e poi c’è il capitolo dei vitalizi militari (pensioni) dati a gogò e sempre prima dei limiti di anzianità delle altre categorie (cfr. Mao Valpiana). Ha senso spendere 68 milioni di euro al giorno per la difesa quando l’Italia ha fatto solo e sempre guerre di aggressione? Dal Piemonte che è venuto a ridurre il sud a colonia del nord, in nome dell’unità d’Italia, alle attuali “missioni di pace” si è sempre andati a piantare grane fuori dai propri confini.

Io sto con Riace

Pur di sentirci assediati, attaccati, in pericolo, abbiamo fatto di profughi, immigrati e rom dei nemici da cui difenderci e se ancora non arriviamo ad affondare i barconi nel Mediterraneo, come nel videogioco messo in rete dalla Lega qualche anno fa, facciamo di tutto per impedire la dovuta accoglienza. Il Modello Riace, che più volte abbiamo esaltato in queste pagine, si sta cercando di smantellare. Un sindaco in gamba, come ce ne sono pochi, seguito da una comunità senza pregiudizi, è riuscito a creare integrazione e lavoro tra i suoi concittadini e gli immigrati a tal punto che viene studiato in tutto il mondo. E quindi che si fa? Prima si arresta il sindaco e poi lo si manda in esilio perché potrebbe inquinare le prove, si tolgono i finanziamenti e si cerca di porre fine a un progetto che può diventare contagioso. Io sto con Riace checché ne pensino i solerti giudici e un governo che legittima evasioni e condoni, ma è intransigente con la rivoluzione della speranza.

Senza la speranza indignata non si può vivere neppure nei paesi terremotati. Dappertutto la ricostruzione, quando c’è, è così lenta, per non dire inesistente, che, senza una forza sovrumana che fa resistere e lottare, si è tentati di mollare tutto e andare via. Al solito si crea un luogo cartolina ricostruito come i set dei film western, ad uso dei mezzi di comunicazione che non vogliono vedere altro, e il resto è lasciato, senza i fondi necessari, all’imperizia degli amministratori che, con il cappello in mano, elemosinano qualche elargizione dai politicanti di turno che di clientelismo se ne intendono fin troppo.

A sedici anni dal sisma di San Giuliano, il modello Riace potrebbe rilanciare il villaggio abbandonato

Dopo sedici anni dal terremoto del 2002, che lesionò muri e coscienze, ancora poco è stato fatto nel cratere, mentre le nuove emergenze per il sisma del 14 agosto scorso sono pressoché ignorate solo perché non ci sono stati morti! Il nuovo governatore del Molise, insediatosi in primavera, nelle linee programmatiche ignora totalmente la ricostruzione e oggi è così preso dalla sfuggente nomina a commissario per la sanità che non può occuparsi neppure dei nuovi terremotati e della fragilità di una diga e di un ponte, che la attraversa, mai collaudati.

Per noi terremotati inizia il diciassettesimo anno all’insegna di cattivi auspici. Presso i romani il XVII era considerato nefasto perché l’anagramma può essere VIXI, cioè morii! Ma noi vogliamo vivere ed essere sorgente di vita, perciò continuiamo a chiedere ai nostri amministratori, troppo spesso pavidi e senza progetti, di portare avanti con determinazione la ricostruzione e di scommettere sul villaggio provvisorio di San Giuliano di Puglia perché sia riutilizzato e non divenga un carcere di immigrati in attesa di espulsione ma una fucina, un laboratorio di arti e mestieri che serva ad immettere professionalità nei nostri paesi sempre più spopolati e depauperati.

Nonviolenza non è rassegnazione, quietismo, piagnisteo o peggio ancora menefreghismo. Nonviolenza è coscienza critica, indignazione, impegno, volontà di opporsi alle ingiustizie. E noi perciò cercheremo di dirottare il corso della storia proprio da nonviolenti!☺

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