Distinguere il grano dal loglio
8 Luglio 2021
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Distinguere il grano dal loglio

Il loglio, detto anche zizzania, è una pianta annuale a vasta distribuzione, presente in tutte le regioni d’Italia. Il genere Lolium abbraccia un grande numero di specie importanti, soprattutto in qualità di graminacee foraggere dei prati e dei pascoli, che per secoli i contadini hanno coltivato per ricavarne fieno. In Italia sono diffuse almeno cinque specie di questo genere: temulentum, remotum, perenne, rigidum, multiflorum.

La più nota è la prima specie, che deve la sua fama alla parabola della zizzania presente nella Bibbia (Matteo 13, 24-30; 36-43). Alcuni studi hanno evidenziato un’ origine del Lolium temulemtum nel Mediterraneo e nell’Asia sud-occidentale attorno a 10.000 anni fa; una data che coincide con l’origine della cerealicoltura. Anche se oggi il loglio è piuttosto raro, probabilmente a causa del crescente impiego di erbicidi, è stato da sempre conosciuto come una pianta infestante. La sua presenza infestante pare legata alle lavorazioni non razionali del terreno, note con il nome di ‘verdesecca’ e ‘arrabbia- ticcio’, che vengono effettuate quando il terreno non è in tempera, cioè quando non contiene il giusto quantitativo di acqua o, peggio ancora, quando si lavora il terreno dopo una leggera pioggia e si va a mescolare lo strato superficiale bagnato con quello immediatamente sottostante asciutto. Il risultato, in questi casi, è infatti la distruzione della flora batterica del terreno, tanto utile alla trasformazione della sostanza organica, indispensabile per lo sviluppo delle colture, con la conseguente crescita di numerose piante erbacee infestanti tra cui il loglio e il papavero.

Ma a suscitare interesse è anche il suo nome temulentum, da temulentia,ubriachezza”: secondo alcuni perché la pianta ondeggia come un ubriaco, secondo altri perché l’ingestione delle sue parti provoca intossicazione simile a un’ubriacatura. Dal latino “che ubriaca” fino al francese “ubria- chezza” e al tedesco “malerba del disorientamento”, i diversi nomi con i quali è chiamata la zizzania evidenziano la conoscenza delle sue proprietà inebrianti. Questo potere intossicante è dovuto alle proprietà psicotoniche della pianta. Data la coabitazione del loglio con i cereali, era inevitabile in passato che la farina dei chicchi di loglio si mescolasse con quella del cereale, producendo, di conseguenza, una farina e un pane (il cosiddetto pane alloiato) che potevano avere un effetto tossico. Nella differenza fra il “pane bianco” per i ricchi e il “pane nero” per i poveri, le diverse reazioni psichiche di questi ultimi ricoprirono talvolta un significativo ruolo nella già marcata differenziazione fra le classi sociali di quei tempi. Come tutte le graminacee, le spighe di Lolium erano frequentemente infettate dalla ‘segale cornu- ta’, Claviceps purpurea, un fungo ascomicete che attacca una vasta gamma di piante tra cui avena, segale e orzo. L’attacco di questo fungo poteva ulteriormente complicare il quadro clinico dell’intossicazione da loglio per la presenza di alcaloidi vasocostrittori che compromettono la circolazione oltre ad interagire con il sistema nervoso centrale. Il potere intossicante della zizzania è attestato in uno dei trattati di Pseudo Dioscoride, il quale riporta che alcuni la chiamavano “la pianta della pazzia”. Anche Virgilio e Plinio il Vecchio ritenevano il loglio una pianta nociva alla vista. Oltre ai disturbi alla vista si registravano anche quelli all’udito, vertigini, cefalea, tremito, debolezza generale.  Ma fino ad alcuni decenni fa, quando si voleva vendere, nelle fiere di merci e bestiame, un cavallo o un mulo irrequieto (n’u chevalle o n’u mule v’z’jóse) senza che l’acquirente se ne accorgesse, il loglio veniva sfruttato anche come sedativo e dato da mangiare alle bestie indomabili per ammansirle.

Vari sono i modi di dire proverbiali incentrati sul loglio come pianta infestante, che rappresenta la parte cattiva di un insieme di persone o cose, oppure è usata quale sinonimo di discordia o di scandalo: “distinguere il grano dal loglio” cioè l’elemento buono dal cattivo; “seminare (o spargere, mettere) zizzania”. Si usa anche dire “Guardati da quella zizzania” con riferimento a una persona che la semina a piene mani. Dante echeggiò questa tradizione alludendo nel Paradiso ai frati minori che avevano tradito l’ insegnamento e l’esempio di Francesco.

In diversi ambiti etnografici il loglio è coinvolto anche nei costumi, e solo nei detti e nelle credenze popolari. Da noi sono noti i giochi (filastrocche) degli innamorati e dei bambini: Órije órije murghénate/ se me vo’ bbene ’a ’nnammurate/ ši e nno, ši e nno, ši e nno… Così recitavano gli adolescenti per sapere dalla pianta, dai poteri vagamente magici, se il loro amore era corrisposto oppure no. Per questo nel nostro dialetto il loglio è conosciuto come ’u ši e nno – oltre che come ’a jógghie e ’u pane e vvine. Anche gli scolaretti, sfogliando a una a una, fino all’apice, le spighette distiche, disposte a zigzag sull’asse della spiga, ricorrevano alla pianta per sapere se sarebbero stati promossi oppure no, sostituendo ši e nno con passe n’n passe, passe n’n passe, passe n’n passe… E noi, tanto agli innamorati, quanto ai bambini, auguriamo un responso sempre positivo!☺

 

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