Disuguaglianze e fisco
12 ottobre 2018
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Disuguaglianze e fisco

Quando parliamo di fisco pensiamo ad un settore di esclusiva competenza di commercialisti e consulenti fiscali, ma esiste una prospettiva che dovrebbe accomunarci tutti, fatta di conoscenze minime di base condivise. Sicuramente molti conoscono l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) che paghiamo per lo più quando presentiamo il 730 o l’unico e l’Iva (l’imposta sul valore aggiunto) pagata ogni volta che acquistiamo qualcosa. In Italia la riforma dell’Irpef, ad esempio, è entrata in vigore nel 1974 ed era formata da 32 scaglioni, il primo con aliquota al 10% e l’ultimo al 72%. Questa riforma era fortemente progressiva nel senso che era rispettosa del dettato costituzionale previsto dall’articolo 53 il quale prevede due princìpi: il pagamento delle imposte in funzione della capacità contributiva e la progressività nella tassazione ovvero il principio dell’eguale sacrificio nel pagare le imposte. Nel 1983 la prima riforma segna un passaggio da progressiva a regressiva, da 32 aliquote a 9 aliquote, e fino ai nostri giorni in cui le aliquote addirittura sono 5, dal 23% al 43%.

Da una recente ricerca condotta per conto del Cadtm Italia (comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi), che verrà presentata nella versione integrale il 27 ottobre a Roma, emerge che il sistema fiscale regressivo ha sfavorito i redditi medio-alti e favorito i redditi molto alti tanto da sottrarre al sistema Italia circa 900 miliardi di € che solo in minima parte sono tornati indietro alle stesse famiglie (oggi solo il 6 % dei titoli è in mano a famiglie residenti e il possesso da parte dei superricchi è proporzionalmente maggiore). Ma il sistema fiscale nel tempo è stato riformato anche nel senso di non favorire il cumulo del reddito.Tutto questo ha aiutato molto i superricchi con una media di risparmio fiscale a contribuente pari a 215.000 € all’anno, e sfavorito tutti gli altri, con una perdita netta di ricchezza a contribuente pari a 23.000 € per tutto il periodo preso in considerazione 1983-2017. Tale perdita, moltiplicata per ogni contribuente della famiglia, vostra o delle famiglie del vostro condominio e per tutti i condomini della vostra città, sarà la risposta alla domanda che tutti si fanno: “Perché ci siamo impoveriti?”. Allargando il discorso a livello globale, una recente ricerca riportata nel World Inequality Report della scuola di Parigi, guidata, tra gli altri, da Thomas Piketti, spiega che gli squilibri economici nel mondo rappresentano un fenomeno di lungo corso e non il portato della crisi degli ultimi 10 anni.

Il drastico allargamento della forbice tra top e down della scala sociale è un tratto caratteristico degli ultimi 30 anni della storia mondiale.

Fino agli anni ‘80 nei paesi avanzati il divario di ricchezza si era attenuato, ma proprio a partire dagli stessi anni le disuguaglianze aumentano in tutti i paesi dell’Europa occidentale. Nella disuguaglianza c’è un forte vissuto di deprivazione relativa: uno “smottamento” lo definisce il Censis. La perdita relativa di ricchezza dei molti nei confronti delle élite accresce l’invidia e il risentimento sociale, alimenta il populismo e l’avventura politica.

Abbiamo sbagliato a pensare che il processo accelerato di benessere potesse non avere mai fine. Secondo l’OCSE l’Italia è uno dei paesi industrializzati che hanno una aliquota unica su investimenti e risparmi privati e dovrebbe prendere in considerazione un grado di progressività in nome della crescente disuguaglianza. Testualmente scrive: “Ci potrebbe essere lo spazio per una tassa patrimoniale nei Paesi in cui la tassazione sul reddito da capitale è bassa e dove non ci sono tasse di successione”. L’OCSE infine inserisce l’Italia tra i Paesi in cui sono aumentate maggiormente le disparità tra gli anni ‘80 e i giorni nostri. Prendendo in considerazione un’altra fonte, possiamo dire che l’indice GINI, che misura tale disparità, è infatti passato dallo 0,29 allo 0,32 nella penisola, che è quindi al decimo posto per disuguaglianze sui 35 paesi OCSE. In conclusione l’OCSE vede tra le opzioni quella di una tassazione complessiva di reddito da lavoro e da capitale con aliquote progressive (dual progressive income tax).

In conclusione vi sono elementi interni all’Italia, confermati da ricerche globali, che indicherebbero, come la perdita di reddito disponibile delle classi più abbienti, in termini di maggior esborso fiscale, e i maggiori costi sostenuti a seguito dell’ introduzione della scala mobile, della tutela del debito pubblico da parte della Banca d’Italia, dal periodo d’imposta 1974 al 1982, sono stati una delle motivazioni che impose all’establishment di avviare un processo di “restituzione” attraverso: 1) il divorzio della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro per lasciare mani libere a chi aveva la possibilità di investire in titoli di stato enormi fette di reddito, esportandolo dalla quota di cumulabilità alla quota della tassazione secca; dietro il divorzio vi è la visione di una banca centrale senza Stato, che pare l’aspirazione massima di un settore finanziario che non si riconosce nella democrazia costituzionale; 2) una graduale riduzione della progressività fiscale (da 32 scaglioni a 9), resa più evidente man mano che la speculazione non consentiva lauti guadagni; 3) l’abbattimento della scala mobile, entrata in vigore durante il IV governo Moro nel 1975, demolita e poi cancellata; 4) L’introduzione definitiva nel mercato finanziario della concessione alla stipula dei contratti derivati.

Il debito ancora una volta è la chiave di volta con cui classi agiate si sono arricchite operando un vero “travaso” attraverso una “restituzione forzata” di ciò che le battaglie sociali e sindacali avevano ottenuto negli anni precedenti. ☺

 

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