Dolore e impotenza
1 Maggio 2017
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Dolore e impotenza

Referendum, situazione romana, situazione milanese, Aleppo e i suoi bambini, femminicidi, migranti, violenza nelle parole, ignoranza che avanza, la Crusca e il congiuntivo, inutilità della lotta.
Impotenza e rabbia. “Quando le gambe mi vengono meno, il cuore mi batte più debolmente, quando impallidisco, cado e svengo perché la minaccia del pericolo mi toglie ogni possibilità d’azione, niente mi sembra meno adeguato di questa condotta che mi lascia alla mercé del pericolo. Eppure, osserva Sartre: ‘Questa è una condotta d’evasione, lo svenimento è qui un rifugio… Non potendo evitare il pericolo attraverso le vie normali e le concatenazioni deterministiche, l’ho negato, attivando una condotta magica dall’intenzione annichilente (U. Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2013, pp.299-300).
Annichilita decido di non esistere, di non sapere, di non essere. Tutto è stato detto, tutto è stato vissuto, non voglio avere arrivi, ritorni, non voglio e non so.
“Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord e anche molti dei per via dall’Est all’Ovest. Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita. Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra. Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli, chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio. Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza. Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe, me ne uscivo di senno più e più volte. Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio, ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde. Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’è volato. Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato: una persona singola per ora di genere umano, che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno (W. Szymborska, Discorso all’ufficio oggetti smarriti, Adelphi, Milano, 2004 p.105).
La catastrophè è quella che mi circonda, quella che ci circonda: il mondo sono io, io sono gli altri – il mondo e la società che mi sono intorno -. Sempre più numerosi barboni frugano nella spazzatura e sopravvivono sulle panchine dei nostri giardinetti. E poi i sommersi di oggi per antonomasia: le migliaia di migranti sulle barche, che provano a galleggiare sui relitti, sulla gomma sgonfia dei canotti, e viaggiano sui corpi morti di altri sventurati che s’avventurano, sperando di uscirne vivi, alla ricerca di una vita, a costo di morire, tra i flutti o ormai in vista delle coste. Le migliaia che ci guardano, con gli occhi sbarrati, da sotto il mare (S. Caserini- E.Euli, Imparare dalle catastrofi, Altreconomia, Milano, 2012)
Chi, inesperto, si tuffa nell’acqua ha paura dell’‘onda’ che per un attimo lo sommerge e, nel tentativo di salvarsi, diventa malsicuro rispetto alla ‘totalità del mare’; perde la testa, e l’angoscia che l’assale non è più per l’onda, ma per la totalità che gli scompare senza offrirgli un appiglio a cui agganciarsi (Galimberti, op.cit, p.305).
Fare il morto, quindi, come forma di lotta, come estremo, unico e disperato modo di manifestarsi e di opporsi: il corpo è fermo, inerme e forte della sua sola fermezza.
Fino a che punto possiamo dire sì e quando subentra il no? Io penso che dovremmo riprenderci la capacità e la responsabilità di dire no. NO, non un no e però… o un no ma comunque… Penso ci sia bisogno di dire no, un no profondo. Io credo attualmente in una rivoluzione del no e ho bisogno di dire no per rimanere umano… No è ancora una parola che ci consente di dichiararci umani… E io sono un umano che lotta per rimanere umano. (Curcio, 2015 R. Curcio, alla presentazione del suo libro L’impero virtuale. Colonizzazione dell’ immaginario e controllo sociale, Roma, 9 luglio 2015).
Non nuoto, mi lascio andare, faccio il morto nel dire no le onde mi urtano, i sassi mi feriscono mi rompono. La mia resilienza è fare il morto verso lo tsunami del nostro periodo.

L’unico movimento possibile appare quello del declinare. Di declinare gli inviti, gli impegni, le responsabilità. Di accettare il declino, mio e della nostra prospettiva – ingloriosamente tramontante – di civilizzazione. Ed in questo, proprio nel declinare attivamente e transitivamente, di provare a ritrovare il senso del vivere, del muoversi, dell’andare (non necessariamente avanti). Nel declinare intransitivo di questo qual cosa, del nostro mondo per come l’abbiamo sinora conosciuto, dobbiamo imparare a coniugare il declino in forme transitive. Il declinare, infatti, va e andrà avanti ineluttabilmente da sé. Fare il morto – invece – va e andrà declinato da noi. Solo noi possiamo volerlo, solo noi possiamo provare a capire come transitare in questo interregno in corso dalla lunga transizione (Euli, op. cit).
Il conflitto si riattiva così attraverso la disperazione, la passività totale del corpo gettato che sa ancora – solo ed essenzialmente – dire no. Kai nekros enika (e da morto vinse), riportano – sulla stele commemorativa – vari monumenti in Grecia dedicati a Cimone, eroe ateniese nella lotta contro i despoti.

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