E’ internet, baby
16 Dicembre 2017
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E’ internet, baby

Mentore, guida, padre spirituale sono termini che sembrano aver fatto il loro tempo. Quasi del tutto passati di moda, poco conosciuti alle nuove generazioni, hanno trovato il loro “degno” – si fa per dire! – sostituto nel vocabolo influencer [pronuncia: influenser]!

Utilizzare il sintagma inglese però non veicola esattamente la stessa cosa: la saggezza e l’esperienza di un maestro che affianca il discepolo o colui che desidera intraprendere un percorso, non è ciò che fa l’ influencer di oggi. Dove sono la sua guida discreta, non impositiva, la sua instancabile azione di consigliare e sostenere?

A ben guardare influencer nella società contemporanea ha a che fare con il settore dell’economia e del mercato: la denominazione di influencer infatti prende le mosse dalle indagini che si svolgono per monitorare le preferenze degli acquirenti. L’obiettivo di questa strategia di rilevazione non è far vendere un particolare prodotto, quanto piuttosto individuare le persone che grazie al loro ruolo “influente” possano convincere altri a divenire potenziali clienti.

Nel passato chi influenzava erano i detentori del potere, i detentori della cultura. Si parlava infatti di opinion leader: apprezzati, osannati o aspramente criticati, questi rappresentanti della classe intellettuale, e anche della politica, avevano un loro seguito, canalizzavano l’attenzione, suscitavano dibattito e critiche, insegnavano. Tutto questo sembra però scomparso nella società post-moderna, dove a influenzare sono la globalizzazione, il consumo e la tecnologia digitale. Gli intellettuali dei secoli scorsi avevano la possibilità di parlare a poche persone, ma di illuminarle. E quei pochi avevano capacità e modo di apprezzare le caratteristiche di chi si presentava come guida, e quindi di rispettarne il ruolo.

Con l’avvento del digitale, con il proliferare dei social network e dei frequentatori di tali media, è cambiato non soltanto il modo di pensare ma anche l’atteggiamento nei confronti di chi – ancora – può essere punto di riferimento, maestro/maestra di vita. Nell’era del web sembra si stia vivendo la grande illusione che tutto ciò che riguarda se stessi sia speciale, mentre ciò che riguarda gli altri debba essere un gradino sotto. La rete dà il diritto di parola a legioni di imbecillisosteneva Umberto Eco, e la sua affermazione deve condurci ancora una volta a riflettere: “saper usare i social media non significa saper giudicare se quello che vi si legge ha un minimo di senso; condividere o mettere una faccina sorridente non vuol dire capire quello di cui si sta parlando” (Daniele Bresciani).

Secondo studi recenti non sono più gli opinion leader ad indicare la strada, a condizionare scelte politiche e/o di mercato; influencer è diventata la persona che sui social si è fatta conoscere per qualcosa di speciale o che ha costituito un gruppo interconnesso di amici; gli esperti sostengono che l’utente medio dà più facilmente retta alla persone che conosce piuttosto che a leader lontani anche se molto popolari. Le analisi più lucide provengono proprio da chi passa le proprie giornate sui social: si riescono a capire quali siano i gusti delle persone, si realizza quello che in gergo si chiama “passaparola”, in pratica ci si condiziona e si influenzano le scelte. È innegabile che ciascuno di noi, anche in rete, si fidi di più delle persone che conosce che delle comunicazioni provenienti dall’esterno.

Paul Adams, ricercatore per conto di uno dei più noti motori di ricerca in rete, ritiene che le persone generalmente tendono ad avere, sui social, non più di cinque diversi gruppi di amici di circa dieci membri ciascuno, e sono questi “amici” i più fidati, quelli a cui si presta maggiore ascolto, i veri opinion leader. Non quindi persone note, carismatiche ma persone semplici, senza personalità eccezionali che diventano le vere leve del potere comunicativo che le imprese devono imparare a manovrare per poter influenzare le masse di utenti che vivono in rete.

Influencer sta diventando una delle “professioni” più ambite nel nostro tempo: ne è prova la corsa al maggior numero di contatti, “mi piace”, follower sui social per fare apprezzare una linea di abbigliamento o altri prodotti commerciali. E poco importa se la comunicazione non tocca argomenti di cultura…

“E’ internet, baby”, il mentore del XXI secolo.☺

 

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