Ebbrezza smemorata
11 Giugno 2021
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Ebbrezza smemorata

Il 104° Giro d’Italia ha attraversato il Molise da oriente a ponente, dal mare, col suo riflesso di cielo che si stende impalpabile sul litorale, alle colline di ogni verde, in maggio un tripudio di foglie e fiori selvaggi e delicati insieme, fino alla montagna, scura di selve fitte e a tratti orrida, sempre maestosa; ovunque paesini color pietra come fermi nel tempo a vederli di lontano, ma vivi nella loro posa lenta non appena l’occhio attento ne indaghi le trame di vicoli e piazze.

Guardare il Giro d’Italia, tanto più in persona, per pochi secondi che duri lo sfrecciare dei ciclisti curvi sul manubrio, è per me gioia pura, una sensazione infantile, fatta di entusiasmo e commozione; quando il Giro passa in Molise, se posso, non manco: così anche quest’anno.

Non so bene il perché di tanto coinvolgimento, o meglio, non so metterli in classifica i tanti perché. Certo c’è il Dna di famiglia e babbo che, radio o tv che fosse, non perdeva una tappa del giro e raccontava di sé da giovane, quando con la sua povera bici e gli amici del paese si lanciava in improbabili faticosissime imitazioni di Coppi e Bartali lungo le vie sterrate del Molise, da Mirabello a Petrella. C’è poi l’ammirazione per la disciplina instancabile degli atleti, lievi ma vigorosi, libellule adattate ai lavori pesanti, tutti giovanissimi al Giro 2021. Ancora, il fascino delle biciclette, col movimento ipnotico delle ruote, quindi l’avvertimento nella pedalata di leggerezza e sforzo in uno, quasi una metafora del tran tran della vita. Sicuro, mentre i ciclisti mi svettano davanti, mi piace sognare per tramite loro di volare raso sulla terra e a filo del cielo, veloce, ma non tanto da non godere di panorami “sfumati”, alla maniera di Leopardi, con una sorta di sentimento di infinito, di fuga, di libertà. C’è anche una testimonianza di ordinaria quotidianità, di confidenza, direi, nell’evento straordinario del Giro, dalla bici, che è mezzo umile e alla portata di tutti, alle strade sulle quali viaggiano le bici, che sono le strade dei nostri triti via vai, alla regola della corsa a chi è più rapido, una regola essenziale, di un agonismo semplice.

C’è, insomma, una sorta di sentore epico, il riconoscimento di una somma di esperienze, valori, emozioni condivisi dall’ Italia intera, che allora mi trasporta: la gente in fila continua dall’una e dall’altra parte dei percorsi di gara a plaudire ai ciclisti ora in assolo ora in gruppo e a incoraggiarli, partecipando un po’del loro dolore e della loro letizia; i profili dell’orizzonte sempre mutanti e il caldo che si fa freddo e il sole che si fa nuvolo; le bici in corsa sui nostri consueti tragitti di studio, di lavoro, di vita e i ciclisti che rallentano la marcia quando attraversano le città, quasi volendone percepire l’aspetto solito, per omaggiarlo, quale che sia. Ci sono poi gli eroi di quest’epica, i cui nomi ci paiono familiari come quelli di amici, e c’è la loro capacità, che è solo degli uomini, di sormontare le vette più impensate, donde scendere per risalire di nuovo, quindi precipitare più o meno clamorosamente, senza nulla togliere al mito.

Ho visto il passaggio del Giro dalla Villa de Capoa, a Campobasso, e ho provato dieci secondi di ebbrezza smemorata, felice; una volta tornata casa, ho sentito la replica del commento alla tappa molisana del Giro, che è stato tutto un decantare le bellezze della nostra terra, la sua aria pura, la sua natura incontaminata, la sua grazia sincera, non contraffatta ad uso dei turisti. E lì mi sono inorgoglita.

Mi sono inorgoglita non perché il Molise sia parso una tantum all’altezza delle tendenze del momento, dalla vita lenta al rispetto dell’ambiente, alla nicchia di genuinità: da molisana so e sapevo già bene, né aspettavo conferme in tal senso. Io mi sono inorgoglita perché ho pensato ai tanti molisani anonimi, quelli che non compaiono sui rotocalchi, quelli cui raramente si prestano microfoni e telecamere, che finora hanno consentito al Molise di essere magari slow, come usa dire, ma non fuori dal tempo, tale un lembo di foresta inumana; ho pensato al sacrificio dei molti emigranti che ci hanno sostenuto con le loro rimesse e talora, tornati in Molise, ci hanno arricchito di competenze e mentalità nuove; ho pensato ai giovani che fuori dal Molise si sono formati, ma qui hanno investito il loro patrimonio di saperi diversi, sfidando con coraggio le asperità del caso e soffiando ossigeno libero sull’aria altrimenti stantia della tradizione a tutti i costi; ho pensato ai molisani che hanno concepito lo stipendio “fisso” non come inalienabile prerogativa, ma come un vantaggio cui rendere merito nel servizio; ho pensato a tutti coloro che hanno saputo dire no alla logica della clientela e del nepotismo e ai tanti faticatori veri, ai tanti “non garantiti”, che per l’aura antica e autentica eppure ancora ben civile del Molise si spendono col loro ingegno o col sudore della fronte, ogni giorno.

Questo Molise da premio del Giro 2021 è innanzitutto il loro trionfo, un trionfo senza gloria, come quello dei gregari della bici, che Rodari così cantava in un torno di versi giocosi nel ritmo, severi nel senso: “Filastrocca del gregario/ corridore proletario,/ che ai campioni di mestiere/ deve far da cameriere,/ e sul piatto, senza gloria,/ serve loro la vittoria”.

Ai nostri silenziosi, necessari, tenaci corridori gregari, il mio grazie.☺

 

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