Elogio dei sindacati
5 Maggio 2015
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Elogio dei sindacati

Dato che tutti si preoccupano delle crescenti diseguaglianze, appare insolito che alcune analisi offerte da organismi di rilievo siano passate sotto silenzio.

Fondo monetario internazionale

In uno studio del marzo scorso due economiste, Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron del Dipartimento di studi del Fondo Monetario Internazionale (FMI), prendono in esame “Il nesso esistente tra il minor tasso di sindacalizzazione e l’aumento proporzionale, nei paesi avanzati, dei redditi più alti, durante il periodo 1980-2010”. Come si spiega questo rapporto? “Riducendo l’influenza sulle decisioni delle imprese” l’indebolimento dei sindacati ha consentito “di accrescere la quota del reddito rappresentata dalle remunerazioni degli azionisti e dei manager di livello più elevato”. Secondo le economiste del FMI l’aumento delle diseguaglianze sarebbe invece dovuto, al 50% circa, al declino delle organizzazioni sindacali. C’è da sorprendersi?

Laddove viene meno il sindacalismo, caposaldo storico di gran parte dei progressi sulla via della emancipazione sociale, tutto si degrada, tutto deraglia. A fare memoria si avvera la triste profezia di Friedrik Hayek, un pensatore liberista che ha lasciato il segno sul suo secolo. Nel 1947, mentre l’Europa, e in parte il mondo,  inizia una marcia di convergenza e di solidarismo sociale egli annunciava una speranza diversa: “Se vogliamo coltivare una minima speranza di tornare ad una economia libera, uno dei punti più importanti è la restrizione del potere sindacale”. All’epoca la teoria di Hayek sembrava una predica nel deserto, ma un trentennio dopo ritrovò ammiratori convinti in Ronald Reagan e Margaret Thatcher, su due importanti vertenze (i controllori di volo statunitensi nel 1981 e i minatori britannici nel 1984-85) nelle quali il “potere sindacale” ha reso l’anima. Tra il 1979 e il 1999, negli Usa il numero annuale degli scioperi con almeno 1.000 aderenti passa da 235 a 17, e quello dei giorni di lavoro “persi” da 20 milioni a 2 milioni; contemporaneamente si riduce la percentuale del reddito nazionale destinata ai salari. Nel 2007 in Francia N. Sarkozy, che pare stia preparando il suo ritorno, dopo aver fatto votare una legge restrittiva del diritto di sciopero, si vantava del risultato affermando: “Oramai quando in Francia c’è uno sciopero non se ne accorge nessuno”.

Tornando allo studio del FMI sembrerebbe logico, a conclusione, un richiamo all’urgenza sociale e politica di rafforzare le organizzazioni dei lavoratori. Invece, ipocritamente, conclude con una domanda: “Resta da determinare se l’aumento delle diseguaglianze derivante dall’indebolimento dei sindacati sia un bene o un male per la società”. Nonostante l’analisi sui dati reali, è impensabile immaginare che un componente della “troika” artefice dello sfascio sociale nel mondo e in Europa possa fare convintamente un passo indietro, senza che sia costretto da coloro che ne subiscono gli effetti devastanti.

Caritas Europa e Austerity

Il terzo rapporto di monitoraggio dell’impatto della crisi economica, a cura  di Caritas Europa del febbraio scorso, afferma senza mezzi termini che “la povertà e l’esclusione sociale determinate dalla crisi economica sono state aggravate dalle politiche di austerity e di spending review messe in atto in numerosi paesi Europei”. Seguono i dati particolarmente gravi per sette paesi più colpiti: Grecia, Romania, Italia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Cipro. In particolare in tutti e sette sono sotto la soglia della povertà il 31% dei residenti (+6,5% sulla media UE); l’Italia si posiziona al 28,4% che tradotto significa una persona ogni 4. La povertà assoluta, sebbene nella UE a 28 stati è diminuita di poco dal 9,9 (2012) al 9,6 (2013), nei sette paesi è allarmante e stabile dal 16,1 (2012) al 14,9 (2013) con punte in Romania (28,5) e Grecia (20,3). Nei sette paesi l’incidenza della “povertà da lavoro” ha fatto aumentare il numero di persone che vive in famiglie quasi prive di lavoro da 12,3 (2012) a 13,5 (2013) mentre la media EU si é spostata da 10.5 (2012) a 10,7 (2013).

L’Italia è il paese più penalizzato per la disoccupazione giovanile (15-24 anni) che sale al 40%; allarmante è l’esplosione del fenomeno  dei “Neet” (giovani che né lavorano né studiano): nei sette paesi sono al 18,1 rispetto alla media UE del 13%. In conclusione con una media UE del tasso di disoccupazione a due cifre del 10,8 i sette paesi sono al 16,9%: c’è una evidente tendenza alla precarizzazione del lavoro, ad una diminuzione delle ore lavorate, ad un aumento del tasso di lavoro part-time.

Un sindacato anemico non può che aguzzare l’appetito dei detentori dei capitali. E la sua assenza libera uno spazio subito invaso dall’estrema destra e dall’integralismo religioso, che mirano entrambi a dividere i gruppi sociali il cui maggiore interesse sarebbe invece quello di mostrarsi solidali. Ai lavoratori “associati” è affidato il compito di proteggere la loro dignità di artefici dello sviluppo non come merce sul mercato ma da soggetti protagonisti dell’impresa.

Così le carte internazionali sul lavoro redatte dalla OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) con concertazione tripartita (ovvero con la presenza degli Stati, degli Imprenditori e dei Sindacati) e ratificate dai parlamenti, ancora recitano,  sebbene i governi e gli imprenditori siano più succubi del capitale che chiede di smantellarli. Purtroppo e amaramente, oggi, è un rapporto, nei fatti, di due (Stati e Imprenditori) contro uno (Sindacati). È urgente una “nuova politica” per e non contro il popolo che si è chiamati a governare e per le persone che ne determinano lo sviluppo: i lavoratori. ☺

 

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