Emilio Pompeo chef narrante
8 Ottobre 2019
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Emilio Pompeo chef narrante

Lo incontri per caso, magari te lo presenta un amico. Non viaggia solo, c’è sempre qualcuno con lui: un ragazzo del Gambia, una signora annoiata, un vicino che gli sta dando un passaggio. A qualcuno deve pur raccontare, altrimenti che chef narrante sarebbe.

Arriva e occupa la cucina e, se la cucina è piccola, anche la sala da pranzo. Non ha con sé un set di coltelli giapponesi, né uno scrigno di spezie o di sali pregiati. Fa con quello che c’è in casa, con quello che gli dai, anche se a te sembra che sia quasi niente. L’ho visto usare una grande foglia di zucca come coperchio, per cuocere una zuppa di verdure in una padella larga.

Pervade tutti gli spazi, fisici e sonori, e come salta dal tagliere al fornello, dal tavolo al lavandino, così vaga di storia in storia, di epoca in epoca, di luogo in luogo. Salta proprio, e sembra strano, con i capelli a onde e quel corpo che è una promessa – che ci sarà ancora là dentro, ti chiedi – e controlli se sei ancora con i piedi sul pavimento di casa o stai salpando per un viaggio in mare.

Per mare comunque c’è stato davvero, un paio d’anni a sentire storie dalla gente e anche dai pesci e a raccogliere odori, profumi, sapori e tutte quelle cose che ammantano la sua schiettezza campana del necessario tocco di esotismo.

Così arriva l’ora di mangiare e quasi sei già pieno e mentre assaggi prudentemente ti chiedi se ti piace davvero quello che senti in bocca o è perché sei intontito di colori e di parole. Sarò facilmente suggestionabile, ma mentre mangiavo la zuppa (quella cotta con il coperchio di foglia), vedevo i saraceni attaccare dal mare e mia nonna pulire le verdure sul gradino della porta di casa.

Non saprei dire se ciò che seguì fu una frittata o solo un racconto di qualcosa di giallo. Certo al dolce, improvvisato come tutto il resto, mi pareva di stare a tavola con Alice e il bianconiglio e le albicocche, avvolte in una crema di cacao e chissaché, erano principesse finalmente dotate di un degno destino.

Ecco come accade, che lo chef narrante contagia anche te.

In un racconto di Michele Mari, i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm in viaggio alla ricerca delle antiche fiabe, arrivano in un palazzo buio dove un terzo fratello, Ludwig, consegna loro alcune storie. “Ne vogliamo ancora”, dicono Jacob e Wilhelm e allora Ludwig apre un armadio, trova una botola, scende tanti scalini e, aperto un “tenebroso stambugio”, svela l’esistenza di un quarto fratello Grimm, Gunther, al quale viene intimato: “Affabula, mostro”. E il mostro affabulò.

Silvia La Ferrara

editor presso Erodo 108

 

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