Entrare in associazione
12 Ottobre 2018
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Entrare in associazione

Se non vuoi che la politica si occupi di te, comincia a far politica. Non ricordo più di chi è questa frase ma esprime il senso di democrazia, e tra i tanti modi di far politica c’è anche la vita attiva in associazionismo, nel nostro caso ambientale.

I problemi sono svariati e all’ordine del giorno, e senza pensare a quelli globali già nel nostro piccolo ci sarebbe tanto “lavoro”. Discariche, verde pubblico, inquinamento del mare, agricoltura, etc. Ma c’è da dire che lo stato di salute dell’ambientalismo italiano tra disillusione, mancanza di ricambio generazionale e ricerca di nuovi strumenti, vive in stato comatoso.

Le sigle ufficialmente riconosciute dal ministero dell’Ambiente sono 71: un universo dalle biografie eterogenee, fatto soprattutto di volontari. Accenniamo brevemente alle più conosciute.

Legambiente è, assieme al WWF, tra le maggiori associazioni nazionali eben radicata sul territorio; ciò nonostante il responsabile nazionale dichiara che “la società civile sembrerebbe essersi dimenticata delle problematiche ambientali. I periodi d’oro degli anni ‘80 e ‘90 dell’ambientalismo sono passati di moda”. La partecipazione è scemata ma il settore è diventato ancora più difficile. Proteggere l’ambiente è una materia complicata che richiede competenze e abilità politiche, dialettiche. Tradotto significa investire tempo e risorse in attività di tipo volontaristico.

Il Fondo Ambiente Italiano (www.fondoambiente.it) è ottimista. Nell’ ultima relazione di gestione si legge che ha gestito 57 siti culturali visitati da 775mila persone, più 21% in un anno. Nel modello del FAI sono centrali i contributi privati e le sponsorizzazioni delle aziende. Nel 2016, infatti, le aziende che hanno riconosciuto un contributo sono state oltre 500: 6,8 milioni di euro in totale, il 15,5% delle entrate.

Greenpeace (www.greenpeace.it) registra una “crescita costante” dell’interesse alle sue attività. Non accetta alcuna sponsorizzazione o finanziamento pubblico ma solo contributi privati o dal 5×1000, ha visto al centro dell’agenda la questione “PFAS” e acque contaminate in Veneto, i motori diesel e l’aria inquinata delle principali città italiane e la lotta al glifosato in agricoltura. Il confronto tra la forza di queste “grandi” associazioni e le fatiche delle “piccole” è impietoso.

Il WWF Italia Onlus, dopo aver chiuso il bilancio 2015 con 320mila euro di perdite, ha tagliato sensibilmente i costi (da 10,9 milioni a 8,9) e ridotto il personale da 103 a 74 unità. “La delega vaga per un futuro migliore non appassiona più i giovani. Alcuni strumenti rischiano di risultare obsoleti: le conferenze stampa, le lettere, le riunioni”. Oggi sono cambiati i “canali”, prevale l’ immediatezza: una petizione online specifica, un comitato ad hoc, una manifestazione. Linguaggi che l’organizzazione ambientalista classica fa più fatica a leggere e interpretare, soprattutto per il mancato ricambio generazionale.

Il problema delle associazioni comincia ad esistere quando c’è la scrematura tra il semplice socio “simpatizzante” e l’attivista, quella figura importantissima che a prescindere dalla competenza mette a disposizione il suo tempo libero, la passione per l’ambiente e spesso qualche euro per vedere fruttare il suo “lavoro”, e in questo periodo storico si è sempre meno disposti a farlo. Noi lo stiamo misurando. Il numero dei soci attivisti diminuisce mentre l’età media, in generale, aumenta.

L’interesse giovanile è in parte sfumato anche a causa della precarietà diffusa che toglie quella voglia di guardare con un po’ di calma a ciò che è il mondo circostante o c’è anche una cattiva comunicazione dei vecchi? Sono domande che spesso ci poniamo per sapere anche i nostri limiti. Comunque le porte delle associazioni sono sempre aperte, quindi, chiunque voglia partecipare può tranquillamente bussare, perché c’è tanto bisogno di partecipazione☺

 

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