Favola per grandi
1 maggio 2017
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Favola per grandi

C’era una volta un paese molto bello, famoso nel mondo per la sua storia, le opere d’arte, il cibo genuino e il clima gentile. Da sempre era considerato uno dei luoghi più incantevoli, e non vi era chi non desiderasse vederlo almeno una volta nella vita; in molti da altre nazioni compravano casa lì, per trascorrervi un po’ di tempo ogni anno, e i più fortunati addirittura si trasferivano definitivamente nelle sue campagne o in riva ai suoi mari.
Una insolita maledizione, però, aveva colpito il paese dove secondo un grande poeta fiorivano i limoni e l’amore… anno dopo anno il popolo che l’abitava aveva pian piano perso il gusto della politica, quell’arte difficile nata proprio dall’altra parte del suo mare, e portata lì dai fondatori di tante delle sue città, arrivati con le triremi (migranti anche loro!) a seminare arte e civiltà lungo le coste e nelle isole.
Gli abitanti di questo paese, così amabile e tale da suscitare struggimento infinito in chi era costretto a lasciarlo per inseguire un lavoro, si erano scoperti privi di fiducia in chiunque si fosse trovato a governarli; e a dire il vero non è che avessero poi torto: tra astuti corrotti, allegri puttanieri e incapaci cronici non vi era ministero dello stato che non fosse stato svuotato, impoverito o corrotto.
Altri problemi erano giunti a complicare la vita spesso pigra e senza scosse di questi cittadini, che tendevano già di loro a lasciar scorrere tutto e a pensare ai fatti propri: guerre, terrorismo, banche truffaldine, debiti immaginari ma pesanti come macigni, e soprattutto tanti, tanti sfortunati che arrivavano nel loro paese in cerca non di una vita migliore ma semplicemente di vita, qualunque essa fosse.
Fu così, senza quasi accorgersene, che molti in quel popolo cominciarono ad ascoltare rozze sirene che anche nei paesi vicini cantavano con suoni stridenti, e ripetevano che il paese era loro, che bisognava alzare muri e barriere di filo spinato per difendere proprietà e razza… e altri invece si riempirono il cervello di slides e messaggini che parlavano di cambiamento, velocità, progresso, lasciando da parte etica, solidarietà e condivisione. C’erano anche tanti che si affidavano al web e sceglievano con qualche clic i loro rappresentanti, convinti in buona fede che democrazia partecipata significasse quello.
Furono anni difficili, nel paese del sole: c’era la crisi, la cosiddetta crescita infinita cominciava a mostrare tutta l’imbecillità della sua essenza, i giovani erano infuriati, disperati e senza prospettive… Ma c’era un capo giovane e sbruffone a cui tanti credevano, e lui prometteva magnifiche sorti e progressive. Certo, qualche piccolo prezzo da pagare c’era: smantellare tutti i servizi ai cittadini vendendoli ai privati, distruggere la scuola irregimentandola e subordinandola alle industrie, cancellare la bellezza del paesaggio riempiendolo di trivelle e ciminiere, saccheggiare i tesori di secoli trasformando i musei in baracconi disneyani noleggiabili per feste private… Ma in fondo, orsù, basta con queste idee vecchie di rispetto e tutela! Bisogna cambiare!
E poiché l’ultima, invalicabile difesa del paese era la sua Carta Costituzionale, il capetto arrogante decise di giocarsi il tutto per tutto: stravolgerla definitivamente per poter comandare liberamente. Fece approvare la legge di modifica dai suoi servi, e non si preoccupò molto del successivo passaggio, il referendum confermativo. Era o non era l’unico in grado di governare quel paese così incoerente e scriteriato? Chi avrebbe osato tenergli testa, con lo spauracchio della crisi, dell’Europa e dello spread? Quei babau che avevano funzionato tanto bene per tenere tutti zitti e buoni negli ultimi otto anni, facendo ingoiare attacchi inauditi alla democrazia e al buon senso?
Bene, per farvela breve, credendosi sovrano incontrastato del regno, il capo si buttò a capofitto nell’impresa, caricandola di tutto il suo carisma e delle sue spudorate comparsate su tutti i mezzi di informazione, strasicuro di stravincere: ma quando il gran giorno arrivò… sorpresa delle sorprese! Una sconfitta catastrofica, un pugno in faccia stratosferico: nessuno si aspettava che tanta parte dei cittadini trovasse il coraggio di dire NO, vuoi per difendere la sua Carta resistente, vuoi per avversione viscerale al pifferaio magico; qualcuno per sostituirlo al potere, qualcuno per razzismo e qualcuno per demagogia telematica o per populismo.
Per una volta coerente con le sue promesse, il capo si dimise seduta stante.
Allora tutto finisce bene, direte voi: se i cittadini hanno detto no, e un capo se ne va, ora bisogna scegliersene un altro con le elezioni. Un sistema antiquato, forse, ma ancora l’unico che lascia al popolo la voce per decidere.
E invece no: perché non dovete dimenticare che siamo pur sempre in quel paese tanto bello, ma tanto strano. Niente voto, i mercati si agiterebbero e l’Europa pure. E poi c’è un tale casino con la legge elettorale che la scusa è bella e pronta… Fecero un bel governo fotocopia, con le stesse ineffabili facce che il 60% dei cittadini aveva fatto chiaramente capire di non volere, e anzi qualcuna che ha così ben meritato fu promossa sottosegretario, e sembrano voler continuare esattamente come prima.
Storie che solo qui, in questo paese strano ma bello, possono succedere… però proprio perché questo luogo è ben strano, camminando le sue strade si incontrano anche tanti sognatori testardi che hanno giurato di provare a rimettere insieme i cocci e ricucire una rete di speranze. Potete chiamarli illusi, ma guai a sottovalutarli: siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, ma è una sostanza ben più dura e resiliente di quel che credeva il Bardo… E prima o poi il mondo lo cambieremo!
Lei sta là, all’orizzonte.
Mi avvicino di due passi,
lei si allontana dieci passi più in là..
Per quanto io cammini,
non la raggiungerò mai.
Quindi, a cosa serve l’utopia?
Serve a questo: a camminare.
Eduardo Galeano

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