Fede contro etica?
20 Febbraio 2018
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Fede contro etica?

Non si può parlare di un testo come la lettera di Giacomo senza accennare anche ai dibattiti e ai contrasti sorti in ambito cristiano soprattutto a partire dalla Riforma. È stato Lutero, infatti, a definire questo testo una “lettera di paglia” perché in palese contrasto con il pensiero paolino. Quando si legge, infatti, “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? …la fede se non è seguita dalle opere è morta” (2,14.17), non si può negare che sta criticando esattamente delle affermazioni che troviamo nelle lettere di Paolo. È per tale motivo che Lutero era quasi tentato di toglierla dalla sua bibbia e, anche se non l’ha poi fatto, ha relegato questa lettera alla fine del Nuovo Testamento, insieme con altri testi “contestati” come la lettera agli Ebrei e l’ Apocalisse.

Per il padre della Riforma Paolo di Tarso ha presentato nelle sue lettere (soprattutto Galati e Romani) il cuore della fede evangelica, diventando il criterio per valutare nella bibbia ciò che è “legge” e ciò che è “vangelo”. Ed in effetti non è sbagliato vedere nella lettera di Giacomo un tentativo di correggere non tanto Paolo, quanto una cattiva interpretazione di Paolo (ed è per questo che la Chiesa ha tenuto Giacomo mentre ha rigettato altre opere giudeo cristiane che denigravano Paolo). Questo testo è stato scritto probabilmente quando sia Paolo che Giacomo erano già morti, ma rappresentavano comunque due tendenze interne al cristianesimo: Paolo era venerato e seguito da chi voleva un superamento dell’osservanza della Legge, Giacomo invece era venerato da chi, pur credendo in Gesù come Messia, non voleva rinunciare alla propria identità giudaica. Molto probabilmente però nell’ambito della cerchia paolina alcuni hanno inteso male la prospettiva di Paolo che non ha mai predicato un abbandono della Legge come fonte dell’etica, ma solo il superamento della pretesa salvifica delle leggi cultuali e alimentari. Paolo non ha mai negato il valore morale della Legge né la necessità di agire in modo conforme alla fede, tanto da dire nella lettera ai Galati: “Tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5,14); e ancora: “non è la circoncisione che conta o la non circoncisione ma la fede che opera attraverso la carità” (Gal 5,6). Alcuni però hanno inteso la negazione delle opere come una negazione in toto della Legge, compresi i comandamenti riguardanti i doveri verso il prossimo.

L’aver attribuito a Giacomo una lettera che critica questo fraintendimento, da parte di un anonimo cristiano della terza generazione, ha significato chiamare in causa colui che era considerato il vero “successore” di Gesù, in quanto suo parente prossimo e capo spirituale della chiesa madre di Gerusalemme. L’autore fittizio, rivolgendosi “alle dodici tribù che sono nella diaspora” (1,1), si presenta come Giacomo che era chiamato giusto, cioè osservante della Legge e che, stando alla testimonianza di Giuseppe Flavio, quando fu messo a morte dal sommo sacerdote nell’anno 62 d.C., suscitò la reazione di molti abitanti di Gerusalemme che denunciarono il fatto al nuovo procuratore della Giudea. Ciò significa che, pur essendo credente in Gesù come Messia e pur essendo suo parente prossimo, godeva della stima dei non cristiani che sentivano Giacomo come uno di loro, cioè ebreo osservante.

La lettera di Giacomo è un testo letterariamente bello, che non parla dei contenuti della fede cristiana (accenna a Gesù solo due volte) ma presenta soprattutto la sua dimensione etica, riprendendo molti insegnamenti di Gesù presenti nei vangeli, pur senza dire che si tratta di suoi insegnamenti. In tal senso è molto vicino allo stile del vangelo di Matteo, manifestando di appartenere allo stesso contesto culturale e allo stesso tempo si avvicina al vangelo di Luca nella sua critica alla falsa religiosità dei ricchi che rivolgono solo belle parole ai poveri ma non li soccorrono nelle loro necessità. Lo slogan che può sintetizzare il suo messaggio è questo: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi” (1,22).

La chiesa ha voluto conservare questo testo, sin dai primi secoli, accanto alle lettere di Paolo, pur dando ovviamente maggior rilievo al pensiero di Paolo (14 lettere contro una!); tuttavia, alla luce del racconto “conciliativo” degli Atti dove Paolo e Giacomo sono in piena sintonia, questa lettera può essere intesa come un’utile e necessaria correzione delle interpretazioni devianti a cui è andato incontro Paolo dopo la sua morte, quando alcuni hanno inteso che la fede di cui Paolo parlava fosse in opposizione all’etica, per cui chi aveva la fede poteva tranquillamente risparmiarsi la fatica di vivere in modo eticamente corrispondente, tradendo in sostanza lo stesso pensiero di Paolo che aveva già affermato nella sua lettera più infuocata: “Voi fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però pretesto per la carne” (Gal 5,13). Paolo aveva ben presente che non bastava l’etica per essere salvi se non si aveva la fede in Cristo, ma aveva altrettanto chiaro che una fede che non si traducesse in una vita etica corrispondente era falsa. In questa prospettiva Giacomo, con la sua autorevolezza di capo della prima comunità cristiana ha sottoscritto l’autentico pensiero di Paolo, mettendo in guardia le generazioni successive dalle interpretazioni unilaterali e quindi sbagliate del pensiero dell’Apostolo.

La sua presenza nel Nuovo Testamento, universalmente accettata anche dopo la Riforma, diventa per i cristiani criterio per evitare le derive settarie e i fondamentalismi che riducono Gesù Cristo solo ad una bandiera per giustificare le mode del momento. ☺

 

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