Fede e carità
29 Giugno 2017
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Fede e carità

Se il protagonista indiscusso dei vangeli è Gesù, nella seconda opera scritta da Luca, gli Atti degli Apostoli, il protagonista è Paolo, anche se all’inizio quest’opera parla della prima comunità di Gerusalemme e soprattutto di Pietro. Gli Atti sono dedicati sempre a Teofilo, che nel vangelo si doveva identificare con quei ricchi che, accogliendo Gesù, si facevano carico dei poveri. Lo stesso clima si respira anche negli Atti, dove la prima comunità viene descritta tutta dedita all’annuncio del vangelo e alla cura dei bisognosi: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro era tutto in comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione di Gesù e tutti godevano di grande favore” (4,32-33). L’effetto dell’annuncio del vangelo era una società in cui era scomparsa l’ingiusta divisione tra chi aveva molto e chi non aveva nulla, e chi metteva in comune i propri beni diventava testimone credibile nell’annuncio: “Nessuno era tra loro bisognoso, perché quanti possedevano campi li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (4,34-35).

Non si può separare l’annuncio del vangelo da un vita corrispondente, in quanto il vangelo combatte il peccato che risiede soprattutto nell’ingiustizia economica e sociale, nella divisione all’interno dell’umanità, conseguenza di quella divisione originale di cui ci racconta la Genesi, quando l’uomo e la donna si accusano a vicenda. In questa prospettiva anche gli Atti presentano, dopo la descrizione della comunità nascente, seme di una nuova umanità, una sorta di peccato originale, dove il ruolo di Adamo ed Eva è incarnato da Anania e Saffira, una coppia “diabolica” che fa finta di consegnare i propri averi a Pietro, ma in realtà mantiene per sé una parte del ricavato. È un racconto alquanto imbarazzante per chi pensa che il Nuovo Testamento parli di un Dio che è solo amore: i due infatti moriranno ai piedi di Pietro dopo che la loro menzogna è stata scoperta. Il messaggio che ne deriva è che chi non vive pienamente l’unione con la comunità e la condivisione muore (spiritualmente). Anche la scelta di Stefano con i sette diaconi è l’effetto di una divisione nella comunità nell’ambito della carità: le vedove degli ebrei di lingua greca non ricevevano la stessa attenzione delle altre, o per problemi di comunicazione o per un razzismo strisciante. La credibilità dell’annuncio passa di nuovo attraverso la concretezza della solidarietà, che si esprime nella capacità di aprire nuove strade per rendere efficace il vangelo; un dinamismo costitutivo della chiesa che, se non si trasforma sollecitata da nuove sfide, semplicemente muore.

Il dinamismo nel campo della carità è però l’altra faccia del dinamismo nel campo della fede, ed è qui che entra in scena Paolo di Tarso, che da persecutore della comunità cristiana, diventa l’apostolo più importante del cristianesimo, a tal punto che oggi se possiamo dirci cristiani lo dobbiamo soprattutto a lui. Attraverso gli Atti Luca vuol spiegare a Teofilo, proveniente dal mondo greco e pagano, come mai, nel suo tempo, i cristiani che conosce sono quasi tutti come lui, cioè non ebrei di nascita e lontani dalla pratica della legge di Mosè. Negli Atti si racconta di Paolo, che non ha conosciuto Gesù da vivo, ma ne ha fatto esperienza in modo misterioso proprio quando lui era occupato a stanare quegli ebrei che osavano annunciare che Dio aveva costituito Messia un uomo crocifisso. Questo concetto era assurdo per Saulo (il nome giudaico di Paolo), in quanto chi è scelto da Dio non può essere maledetto secondo la legge di Mosè, dove è scritto: “Maledetto colui che pende dal legno”.

L’incontro con Gesù lo ha trasformato a tal punto da comprendere che tra Gesù e la Legge doveva scegliere Gesù e rinnegare la Legge. Ai tempi di Teofilo (e di Luca) però, Paolo era visto male da quei cristiani che, fedeli ai primi apostoli, non avevano abbandonato la pratica della Legge. Luca vuol mostrare invece che la scelta di Paolo è quella giusta e che prima di Paolo, Pietro stesso aveva compreso che i non ebrei erano chiamati alla fede in Gesù (senza passare per la Legge di Mosé) come gli ebrei. È quello che afferma quando battezza il centurione Cornelio: “Mi sto rendendo conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualsiasi popolo appartenga” (10,34-35).

Gli Atti in questo modo ci consegnano il quadro coerente di un cristianesimo che si apre a tutti i popoli, senza distinzioni, e allo stesso tempo supera tutte le barriere sociali ed economiche indicando come strada maestra una fede che si incarna nella carità attraverso una fattiva condivisione. ☺

 

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