fede e politica   di Leo Leone
29 Settembre 2012
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fede e politica di Leo Leone

 

La morte del cardinale Carlo Maria Martini ha segnato in maniera incisiva l’intero popolo italiano. E non solo. Pressante è stata la ricaduta sull’intero sistema della comunicazione. La partecipazione ai riti funebri ha coinvolto masse di cittadini a prescindere dall’appartenenza a credi diversi come pure a formazioni culturali e politiche di ogni taglio. Sulle testate giornalistiche sono comparse cronache fortemente segnate dalla stima e dalla esaltazione della persona e del suo intenso impegno in ambito culturale e di testimonianza cristiana. Ma sono anche emerse parole e analisi di disturbo da parte di chi non gradisce la posizione pionieristica e scomoda del cardinale in ambito religioso, soprattutto quando si rifà a valori che conciliano tra loro fede e ragione, impegno e libertà derivanti da principi etici che non sempre si conciliano con una governanza di modello autoritario e ricorrente in ogni ambito del vivere umano e che si manifesta in forme anche inumane nell’integralismo che permea talune dottrine e testimonianze religiose.

Lungo l’intero cammino della vita Martini si riconosceva come viandante in perenne ricerca di Dio nella piena consapevolezza di affrontarne giorno dopo giorno l’ardito sentiero della ricerca. “Il non credente che è in me” è la convinzione che lo porta a riequilibrare continuamente la fede alla ragione, con il chiaro convincimento che la fede è una conquista che si attua per l’intero percorso di vita, e non una meta che si raggiunge come dono senza fatica, aderendo ad una ritualità diffusa anche tra credenti che racchiudono la loro fede nelle sole pratiche liturgiche esonerate dall’impegno di vita.

Egli rileva “l’importanza attribuita da Gesù, dagli evangelisti, dalla Chiesa primitiva anche, al retto giudizio sui fatti sociali e politici, alla connessione di questi fatti con gli atteggiamenti religiosi e alla comprensione delle conseguenze, spesso drammatiche, della mancata risposta all’appello di pace della città”. Sono queste considerazioni riportate in un suo libro del 1996 dal titolo Ritrovare se stessi, a fornirci il messaggio ricorrente del cardinale Martini: la fede comporta impegno di vita e testimonianza di coerenza etica nel quotidiano vissuto. E a suo dire: “Ci pare di poter intuire un progetto messianico di Gesù, che ha pure una valenza sociale e, a suo modo, politica”.

 Siamo oggi di fronte ad una visione della politica intesa come una rete fortemente a rischio di occlusione o di netta separazione da una dimensione di fede tutta ripiegata nel sacro rituale e nella risoluta delega di un impegno, da parte di credenti, nel farsi carico delle istanze che vanno emergendo all’interno della società. “Contro la cultura della protesta, del mugugno, della depressione, della rivalsa, dell’autoconsolazione, della chiusura in se stessi a doppia mandata… per una cultura della vigilanza ora è il momento della responsabilità”. Così si esprime il cardinale in un suo opuscolo del 1992 dal titolo provocatorio: Sto alla porta. 

 La testimonianza autentica del laico come del credente è quella di adoperarsi per la soluzione dei problemi del mondo, a partire dal proprio territorio, ricorrendo a strategie di pace e di raccordo anche con quanti sono diversi da loro. Il dialogo costituisce la strategia prioritaria per “attivare un’azione sociale e politica volta al bene di tutti e non al rovesciamento delle autorità legittime, costituite, bensì per suscitare un raduno di popoli sotto il segno della mitezza, della non violenza, dell’amore mutuo, così da realizzare un nuovo modo di essere città”.

E qui il convincente pastore d’anime riconferma la sua posizione di composta ma palese critica ad un’idea di Chiesa strettamente legata al modello del dogmatismo autoritario che può anche infiltrarsi nel mondo della politica. Tale linea è parte integrante della figura umana e della testimonianza di Cristo di fronte ad ogni forma di ingiustizia e di rigetto della linea dialogica aperta alla costruzione del bene comune. Non a caso su di lui più di qualcuno seminò zizzania definendolo “frequentatore di prostitute e peccatori”. 

Nella fase terminale del suo malessere fisico Martini ricusò nei suoi confronti interventi di accanimento terapeutico per il prolungamento ad ogni costo della vita. Su tale sua scelta si sono concentrate riflessioni, e critiche anche, da uomini di Chiesa. Il cardinale ha dato un chiaro segnale di libertà di pensiero che non confligge con la scelta di fede ma, al contrario, ne rafforza una posizione di prossimità all’umanità più debole che salvaguarda il principio della libertà anche come presupposto alla scelta di fede. Al malato spetta il diritto primario di optare o rifiutare il ricorso alle cure a lui proposte per un prolungamento della vita ad ogni costo. È di questi giorni il dibattito acceso su un interrogativo che inquieta e interroga anche il mondo della politica.

Il cardinale Carlo Maria Martini ci fornisce una testimonianza di grande spessore in un momento storico di sbandamento diffuso quanto a difesa della libertà orientata al rilancio di una società volta al bene di tutti, a partire dai più deboli. A conclusione una sua dichiarazione recentissima: “Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e il discernimento degli spiriti”.☺

 le.leone@tiscali.it

 

 

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