fine di un mondo   di Michele Tartaglia
28 Ottobre 2012
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fine di un mondo di Michele Tartaglia

 

“Tremino tutti gli abitanti della regione perché viene il giorno del Signore, perché è vicino, giorno di tenebra e di oscurità, giorno di nube e di caligine” (Gl 2,1b-2a). Le parole minacciose del profeta Gioele ci introducono ad una riflessione su questo ultimo scorcio del 2012, anno fatidico secondo antichi calendari che parlerebbero di fine del mondo. A dire il vero, la crisi economica che sta attraversando il mondo fa impallidire i funesti presagi connessi al calendario maya facendo dimenticare un mito a favore di crisi ben più reali e che non necessitano di cataclismi, visto che ci pensa già l’egoismo umano a mandare tutto in malora. Quando Gioele parlava di fine, stava vivendo in un periodo di profonda crisi economica e politica, attribuita, come accade spesso nella bibbia, non a cause esterne, quanto piuttosto all’allontanamento del popolo dal Signore. La crisi scuote il popolo dalle fondamenta e vengono a mancare i beni essenziali: “Devastata è la campagna, è in lutto la terra, perché il grano è devastato, è venuto a mancare il vino nuovo, è esaurito l’olio. Restate confusi, contadini, alzate lamenti vignaioli, per il grano e per l’orzo perché il raccolto dei campi è perduto…è venuta a mancare la gioia tra i figli dell’uomo” (1,10-12). Tutto questo è avvenuto a causa di una invasione di cavallette, metafora di ben altri divoratori: “Quello che ha lasciato la cavalletta l’ha divorato la locusta; quello che ha lasciato la locusta l’ha divorato il bruco; quello che ha lasciato il bruco l’ha divorato il grillo” (1,4).

Non è difficile leggervi la nostra situazione attuale, sia sul piano mondiale che nazionale, dove i vari livelli della pubblica amministrazione si sono divisi il bottino delle entrate, rastrellate spremendo le diverse categorie sociali. Potremmo parafrasare dicendo: quello che non ha divorato il politico nazionale lo ha fatto quello regionale e via via scendendo a tutti i livelli in cui si gode di risorse non sudate (vale anche per la chiesa), ma elargite come fossimo in uno sciagurato paese dei balocchi. La saggezza del profeta ci dice, comunque, che il vero male non è dato dalle cavallette che divorano, ma dall’inerzia e dalla distrazione di un popolo intero che ha dimenticato di vigilare e di stroncare gli stili corrotti sul nascere, ha chiuso gli occhi illudendosi di poter ricevere benefici e privilegi, non sapendo che tutto ciò che si otteneva erano solo le briciole di una torta divorata da pochi. Di fronte a questo disastro, anziché rimanere in una immobilità fatalistica, il profeta esorta il popolo a scuotersi, a rimettersi sulla strada dell’obbedienza a comandamenti che parlano di giustizia e solidarietà, non di appropriazione indebita: “Or dunque, oracolo del Signore, ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male” (2,12-13). Questa esortazione che invita apparentemente a fare un rito religioso, traccia la via d’uscita dalla crisi epocale: lacerarsi il cuore e non le vesti significa non fare delle scelte solo superficiali o apparenti, che non scalfiscono in profondità la causa del male. Lacerarsi il cuore significa cambiare modo di pensare, stili di vita, scelte economiche e politiche improntate all’etica della responsabilità, prendendo coscienza che siamo un unico corpo a livello mondiale e, come ci ricordano san Paolo e le analisi economiche globali, quando sta male un membro, tutto il corpo ne risente e prima o poi ne resta contagiato.

Nelle parole di Gioele si nota una consapevolezza: se si vuole, il cambiamento avverrà, perché il mondo e la società hanno la capacità di risollevarsi, quando mettono in campo la parte migliore dell’umanità, come ha già dimostrato l’Europa dopo la II guerra mondiale. In realtà, quando i profeti parlano della fine del mondo, parlano della fine di un mondo, in quanto il mondo in sé è solo nelle mani di Dio. Quando l’uomo invece vuole diventare dio a se stesso, pensando di affrontare le cose senza riferirsi a quelle leggi che Dio ha scritto nel suo cuore (l’amore, il servizio, l’accoglienza, la solidarietà), produce danni che mettono in crisi il sistema e creano molte vittime. L’annuncio della fine non è quindi da leggere come una condanna, ma piuttosto come la riappropriazione da parte di Dio, e dell’uomo, delle scelte che portano all’umanità nuova, che si mette in ascolto del bene che porta iscritto in se stessa: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito” (3,1-2).

La vera svolta, che non è la fine ma un nuovo inizio, è che tutti, anche coloro che si sono resi schiavi docili del sistema, prendano consapevolezza che non si può lasciare il mondo nelle mani di poche voraci cavallette, ma è necessario mettersi insieme per sognare e progettare una società fondata sulla giustizia, che è l’altro nome dell’amore di Dio.☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

 

 

 

 

 

 

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