Fu vera vittoria?
6 Novembre 2021
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Fu vera vittoria?

Che il centro-sinistra, per quanto frammentato e confuso sia, abbia vinto le elezioni amministrative di ottobre è cosa certa. Che il PD abbia eletto i sindaci delle più importanti città italiane è sotto gli occhi di tutti. Che l’aggressione delle due destre – quella di piazza e quella istituzionale – non abbia sortito effetti distruttivi del nostro sistema democratico è anche questo indiscutibile.  Restano però domande fondamentali alle quali è doveroso dare una risposta seria, se si vuole evitare di prendere lucciole per lanterne e se si vuole riflettere su una strategia per il futuro.

Siamo con queste elezioni amministrative ad una svolta profonda degli orientamenti politici degli elettori italiani? Siamo al tramonto della “nuova destra” e del sovranismo nel nostro paese? In sostanza quella del centro-sinistra fu vera vittoria? La mia risposta è ben diversa da quella del direttore di Repubblica e di tanti altri commentatori, i quali hanno considerato il voto di queste ultime amministrative, al di là di qualche rituale lamento sull’astensionismo, come il capolinea del populismo e del sovranismo. La realtà è ben diversa.

Il forte astensionismo di queste ultime elezioni amministrative non è la testimonianza di un elettorato stanco, di una deriva americana inevitabile, quasi naturale delle democrazie mature. Al contrario il voto delle nostre grandi città è la testimonianza di una instabilità delle nostre democrazie e di una grande fragilità delle nostre società. L’astensionismo di grandi città come Roma, Milano, Torino non rappresenta la deriva inerziale del sistema politico, perché entro quel non-voto vi è un accumulo di rabbia sociale che è ben lontano dall’essere sterilizzata. Chi ieri votava il “vaffa” di Grillo o gli schiamazzi qualunquisti di Salvini non è andato in pensione, è semplicemente deluso dall’approdo governista dei Cinque Stelle e dello stesso Salvini. Deluso, ma non disarmato.

L’errore più grande che oggi si potrebbe commettere è quello di pensare che siamo alla vigilia di una nuova Primavera della democrazia, lo stesso grave errore che 40 anni fa fece Achille Occhetto il quale, dopo la fine dell’Unione Sovietica e dopo lo scioglimento del PCI, annunciò solennemente l’inizio di una nuova e splendida fase storica della democrazia. Le guerre e le macerie sociali di questi ultimi decenni ci raccontano ben altra storia. Errare è umano, ma insistere nell’errore è diabolico.

Le piazze tumultuose di queste ultime settimane, nelle quali la destra sovversiva ha nuotato come pesce nell’acqua, ci dicono con chiarezza, come l’emergenza democratica sia tutt’altro che superata. La natura popolare dell’astensionismo, la diserzione elettorale delle borgate e delle periferie delle grandi città testimoniano la profondità della lacerazione fra politica, sistema politico e popolo. Non è certo un caso che tutti i sondaggi ci confermano che la destra di Salvini e Meloni è ormai stabilmente al 40% e che nell’ipotesi di uno scontro elettorale nazionale il centro-destra potrebbe contare sulla maggioranza dei consensi.

Il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, lodevolmente continua ad evocare la necessità di un campo largo del centro-sinistra da Calenda ai Cinque Stelle. È un’ipotesi suggestiva, ma di grande difficoltà. Non solo perché il centro rampante di Calenda e Renzi sta a Grillo come il diavolo all’acqua santa, ma soprattutto perché la galassia grillina non è riconducibile al buon senso e all’equilibrio politico di Conte. L’ animo profondo dell’ elettorato grillino era e continua ad essere protestatario, detestava e continua detestare l’ equilibrismo e il moderatismo del Partito Democratico.

È quindi illusorio pensare di risolvere la crisi della nostra democrazia con qualche pannicello classico della vecchia politica, non usciremo da questa situazione critica inseguendo il gioco politicista della composizione e scomposizione delle alleanze. Non esistono scorciatoie, giochi di prestigio, né invenzioni che ci tireranno fuori dalle difficoltà antiche e nuove del nostro Paese. Servono scelte coraggiose che affrontino l’eredità grave e contraddittoria della globalizzazione economica e finanziaria di questi ultimi venti anni. Un’eredità resa ancor più amara e dura dalla pandemia del Covid e dalla crisi climatica che già manifesta i suoi effetti devastanti. Il futuro dell’Europa è la prima grande partita che non si può rinviare. Se dovessero prevalere gli interessi nazionalistici e la logica perversa delle corporazioni lobbistiche, allora la nostra “notte” diverrebbe rapidamente “buia e tempestosa”. E qualche segnale inquietante viene dalla trattativa per la formazione del nuovo governo tedesco fra SPD, Verdi e Liberali. Se si dovesse tornare alla logica di quelle compatibilità finanziarie che hanno imposto lacrime e sangue alla Grecia, la partita sarebbe chiusa prima ancora di cominciare.

In secondo luogo è decisivo, perché si possa avere una nuova sintonia fra le classi dirigenti e il sentimento popolare, un mutamento radicale della natura della politica, del ruolo dei Partiti e della funzione delle Istituzioni. In concreto: ridurre drasticamente le grandi diseguaglianze sociali della nostra epoca e spogliare la Politica dai privilegi e dalla corruzione.☺

 

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