Fuori dalla normalità
5 luglio 2014
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Fuori dalla normalità

“Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio ove erano stati a visitarlo”: così Luigi Pirandello ci ripropone la storia di certo Belluca, impiegato modesto, ligio, solerte, puntuale, ineccepibile nel suo lavoro, che un bel giorno si ribellò al suo capoufficio. Perché mai farneticava Belluca?

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Farneticare= burnout [pronuncia: bernaut].

Segnaliamo in questo pezzo scritto a due mani una probabile chiave di lettura.

Un esempio di quanto l’inglese possa risultare incisivo nella sua sinteticità è fornito proprio da questo termine.

Il vocabolo è intraducibile nella nostra lingua perché è una forma verbale “frasale”, accompagnata cioè dall’avverbio/preposizione out: il significato originario “bruciare”, ampliato dalla particella out [pronuncia: aut] (letteralmente “fuori”), può equivalere all’italiano “esaurire, estinguere, fondere”.

Più che sul verbo interessa soffermarsi sul “fuori”. Fuori da che cosa? Fuori uguale esteriorità, fuori uguale visibile, riconoscibile? Fuori dalla normalità?

E soprattutto, “fuori perché”?

“Sono out”: un’espressione sempre più ricorrente, nella quale lingua italiana e idioma inglese coesistono, ma chi la fa da padrone è la particella out, lì collocata ad indicare una condizione di disagio e di emarginazione, un essere o sentirsi fuori.

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Prigioniero del suo lavoro e della sua famiglia opprimente e soffocante, “circoscritto” dice Pirandello, Belluca ha improvvisamente compiuto delle “stranezze”, così giudicate dagli occhi estranei dei colleghi. Perché? Perché a spazzar via la paralisi del quotidiano di quest’uomo è intervenuto un evento apparentemente banale, ma capace di resuscitare nel protagonista il desiderio di una possibile vita “altra” e l’evasione dalla “miseria di tutte quelle sue orribili angustie”: il fischio di un treno (la novella titola “Il treno ha fischiato”). Poter viaggiare, anche solo con l’immaginazione, dalla camera di casa, o dall’ufficio a Firenze, Bologna, Torino, Venezia, Siberia, Congo.

Dopo un’esistenza spesa a rispettare orari e compiti, senza mai esserne gratificato, Belluca si è ribellato alle convenzioni. Ma agli occhi degli altri ciò appare un farneticare.

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Chi è l’esaurito, il fuso, il bruciato? Colui che, preso da un eccessivo e smodato senso del dovere e contemporaneamente dall’impossibilità di gestire con equilibrio le proprie energie mentali, alla fine è burnout.

Verrebbe quasi di essere felici! Pensavamo di essere un popolo di scioperati e invece scopriamo che in ambito lavorativo tanti si danno da fare più del dovuto.

Attenzione! La condizione interessa quelle categorie di lavoratori esposte più di altre al contatto con persone che si trovano in una situazione di “svantaggio”. Le diadi a rischio? In elenco: medico-paziente; impiegato-utente; operatore di comunità di accoglienza-ospite; insegnante-alunno.

È il farsi carico, anche fuori dell’ambito lavorativo, “dei problemi degli altri” che a lungo andare sfibra.

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Come non ricordare Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, armato cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez, meglio conosciuto come  il cavaliere inesistente, di Italo Calvino? Una corazza vuota, tenuta insieme da una grande forza di volontà, unica virtù che gli fa svolgere il proprio lavoro in maniera impeccabile, seguendo e ricordando alla lettera ogni regola ed eseguendo qualsiasi ordine gli venga comandato senza indugi e senza risparmiare critiche a colleghi e sottoposti, fatto che lo rende non poco antipatico.

“La più piccola manchevolezza nel servizio dava ad Agilulfo la smania di controllar tutto, di trovare altri errori e negligenze nell’operato altrui, la sofferenza acuta per ciò che è fatto male, fuori posto…”.

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Gli ambiti di osservazione sono molteplici: dalla corsia di ospedale nella quale è possibile individuare il medico solerte sì ma anche troppo esigente, agli istituti scolastici dove l’insegnante che ha stima del proprio “ruolo” viene etichettato come pedante e poi lo diventa, perché emarginato ed isolato, agli uffici aperti al pubblico, nei quali al ridanciano e barzellettaro di turno si affianca chi si fa in quattro per eseguire non solo il suo compito ma anche quello di chi… si mostra troppo allegro.

Riepilogando: chi risulta incapace di conciliare il lavoro e la vita personale è burnout. Guai se fuori dal lavoro un medico non riuscisse a superare il coinvolgimento emotivo dinanzi ad un caso disperato, guai se un addetto all’ordine pubblico si facesse carico di situazioni incontrate alla fine del suo turno di lavoro. Facile a dirsi. Ma come fare? Ritagliandosi ogni minimo spazio per coltivare relazioni ed interessi.

Oggi il luogo di lavoro, per quanto interessante e gratificante possa essere, vede trionfare individualismi e protagonismi, quando non addirittura la prevaricazione. Dove sono finiti il dialogo, lo scambio reciproco di idee e di esperienze?

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Ciò che più spaventa, in Belluca e in Agilulfo, è il sentimento di solitudine che accompagna le loro esistenze, spese esclusivamente al servizio di altri; esistenze mai adeguatamente apprezzate, anzi schernite e ridicolizzate.

Vittime di un esagerato ed esasperato senso del dovere, come i tanti contemporanei burnout.

P. S. Perché non leggere (o rileggere) questa estate la novella Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello e il romanzo Il cavaliere inesistente di Italo Calvino? ☺

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