Gatto acchiappatopi
4 Novembre 2018
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Gatto acchiappatopi

Dopo sedici anni dal terremoto di San Giuliano siamo ancora qui a chiederci se il Modello Molise, pensato da Iorio e dai suoi discepoli, è un esempio da emulare, come sembra voler fare l’attuale governatore, che ha riconfermato gli stessi dirigenti alla guida della protezione civile o se invece ci si vuole impegnare ad esaminare i risultati mancati e le somme non spese della sempre più citata delibera CIPE. Ai nuovi terremotati di Montecilfone e dintorni vorremmo solo sussurrare che quelli che si occupano del loro destino oggi sono gli stessi di 16 anni fa. Il contributo pro bono pacis di due milioni di euro elargito per far fronte alle emergenze non è sembrato un’elemosina al governatore.

Purtroppo il presidente Toma è sempre più debole, politicamente s’intende, e tutto ciò non fa bene né alle istituzioni regionali, né, soprattutto, ai molisani. Non è un caso che il decreto fiscale approvato il 20 ottobre scorso dal governo nazionale sancisce l’incompatibilità tra presidente della regione e commissario delegato alla Sanità. In buona compagnia con Calabria, Lazio e Campania, il Molise ha una particolarità in più; mentre le altre regioni sono amministrate da maggioranze di centrosinistra, ostili, teoricamente, al potere centrale e quindi capaci di reagire, la nostra, invece, è nelle mani del vecchio centrodestra, omologabile quindi al governo nazionale solo in parte e, quindi, impotente rispetto a un governo per metà amico e per metà nemico.

La battaglia vinta dai pentastellati indigeni, sedicenti oppositori in consiglio regionale, apre un varco alla richiesta della lega di Mazzuto, apparentemente sconfitta in questa contesa, di indicare un proprio uomo a ricoprire l’incarico di commissario delegato alla sanità. Dunque, per farla breve, quasi l’80% delle risorse del bilancio regionale saranno affidate, con ogni probabilità, alle cure di un commissario leghista, nominato da Roma, con buona pace di comitati e associazioni, spontanei e non, che continuano a dilettarsi su sanità pubblica e privata, mentre il sistema sanitario regionale, lasciamo ai lettori definirlo, per quanto ci riguarda è incapace di dare risposte alla variegata richiesta di prestazioni sanitarie. Lo stato in cui versa il nosocomio termolese, sempre più spesso interessato da inchieste amministrative e giudiziarie e il fatto che i pazienti del basso Molise, sempre più spesso, preferiscono affidarsi alle cure degli ospedali abruzzesi, – non è più una notizia che il reparto di ostetricia rischia di chiudere per mancanza di parti – dovrebbero suggerire al presidente Toma di curare più i contenuti dell’azione amministrativa che l’immagine rassicurante del “tutto andrà a posto perché ora ci sono io”. I nostri compaesani, sempre più disillusi, si accontenterebbero di un gatto, nero o bianco che sia, purché acchiappi il topo. Qui, in Molise, invece, abbiamo grasse pantegane che scorrazzano per gli ospedali: di gatti neanche l’ombra.

La condanna al declino della sanità molisana non è decretata dalle esigue risorse economiche assegnate alla nostra regione, ma dalla mancanza di utenti. Questo il governatore Toma lo sa, anche se continua a promettere riaperture di improbabili ospedali a Venafro e a Larino. Promettere, come spesso fa il governatore, di modificare il decreto Balduzzi, che ha il solo torto di voler uniformare lo standard delle prestazioni sanitarie in tutto il paese, per favorire un assetto sanitario che comprenda un ospedale di primo livello, due di secondo, due strutture private importanti e una rete di altre realtà sanitarie, è un azzardo, anche perché, per svegliarsi e trovare che quel film diventi realtà, c’è bisogno che la popolazione molisana lieviti. In verità una soluzione multietnica e multiculturale ci sarebbe: Il Molise come Riace; un’occasione per ricostruire la sinistra. Ve lo immaginate voi il presidente Toma con la bandiera rossa in mano a capo di un corteo di extracomunitari al grido di Sanità, Sanità?

A parte i sogni, per avere una Sanità che si allinei agli standard qualitativi delle regioni più virtuose, non basta avere i soldi, cosa che tra l’altro non abbiamo, ma occorre anche che la popolazione cresca in modo considerevole, non solo perché la stessa contribuirebbe a rimpinguare le casse dello stato ma anche perché offrirebbe una nutrita casistica, capace di elevare la qualità delle prestazioni sanitarie. Le ragioni su cui si fonda il decreto che Toma s’illude di modificare, non nascono solo dall’esigenza di razionalizzare la spesa sanitaria, ma dalla lettura dei risultati di un’indagine epidemiologica dalla quale si rileva che con meno di seicentomila utenti la qualità delle prestazioni si riduce. Sarebbe stato utile che l’ex governatore avesse dato il proprio assenso all’approvazione del decreto anzidetto, condizionando il suo parere a specifici accordi di confine con le regioni limitrofe e non disertare la conferenza permanente Stato-Regioni come invece ha fatto; ma questa è un’altra storia per la quale il centrosinistra di Frattura, Fanelli e Facciolla ed altri è stato sonoramente bastonato alle ultime elezioni.

Non va meglio per il restante 20% delle risorse in bilancio, quelle che afferiscono ai piani di sviluppo rimaste apparentemente nelle disponibilità di questa maggioranza di governo. Un esempio vale per tutti. Alcuni giorni fa il consigliere Greco ha candidamente dichiarato, in una intervista, di essere stato ricevuto dal sottosegretario alle infrastrutture insieme al quale ha predisposto un piano di interventi sulle strade molisane. Nessuna reazione, né dell’assessore Niro, né del presidente Toma. La domanda viene spontanea: il consigliere pentastellato è stato delegato dalla maggioranza di destra a trattare di viabilità con Roma o col governo del cambiamento è mutata anche la grammatica istituzionale?☺

 

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