Gli ideali non muoiono
27 Dicembre 2019
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Gli ideali non muoiono

Giornata emozionante e piena di passioni, quella vissuta in questo mese a Portocannone grazie ad Andrea Di Paolo e al suo sindacato SOA, che ci ha regalato un inatteso e benvenuto ritorno al passato: l’incontro con Maria Victoria Guevara, sorellina minore del Che, è stato davvero come riavvolgere una pellicola cinematografica e tornare a vivere le emozioni di tanti anni fa.

Accorgersi che gli anni non hanno spento la luce di una vita dedicata alla realizzazione del bene comune, senza cedimenti e con sacrificio personale durissimo, ci fa bene all’anima, anche se il cuore si stringe sapendo che Cuba sta vivendo momenti davvero difficili grazie all’animalesca prepotenza di Trump e alla crisi venezuelana.

Una donna minuta e pacata, Victoria; ma nelle sue parole non ha risuonato neanche per un attimo il dubbio che gli ideali di questo fratello, conosciuto solo attraverso i libri del padre, siano ormai logori, o che la sua lotta sia obsoleta e velleitaria. E di questa sua certezza incrollabile noi italiani, smarriti nel rigurgito fascista e razzista di questi tempi, abbiamo bisogno come del pane.

Noi che annaspiamo ogni giorno nell’incompetenza di ministri e politicanti, che anneghiamo nella tracotanza di parole ignoranti e violente, abbiamo bisogno di sentire che è esistito un ministro dell’ industria che studiava tutte le notti per essere all’altezza del suo nuovo ruolo; che esigeva da dirigenti e operai lo stesso studio; che girava le fabbriche controllando personalmente la produzione e dando istruzioni perché il risultato finale fosse di qualità, perché “non lavoriamo per arricchirci, lavoriamo per dare al popolo un prodotto di qualità”.

Noi che subiamo senza ribellarci troppo la distruzione della sanità pubblica nazionale e locale, che piangiamo il degrado di una scuola pubblica un tempo tra le migliori d’Europa, abbiamo bisogno di sentirci dire che è stato possibile costruire un sistema sanitario e di istruzione gratuito e di altissimo livello, davvero di tutti e per tutti.

Noi che ci siamo stupidamente rallegrati della fine delle ideologie, che constatiamo ogni giorno come i diritti non siano per sempre, abbiamo bisogno che qualcuno ci ricordi che si può anche morire per un ideale, che la coerenza non è qualcosa di cui vergognarci, che i semi piantati con l’ esempio vivono per sempre: parole come libertà, uguaglianza, rivoluzione non suonavano vecchie o, peggio, ridicole sulla bocca di Victoria. Riprendevano tutta la naturalezza e l’obbligatorietà che sentivamo in esse allora, quando era il Che a pronunciarle.

Soprattutto noi molisani, ne sono convinta, abbiamo bisogno di quelle parole. Perché quella oggettiva mancanza di reattività di fronte alla sottrazione dei diritti, all’assalto all’ambiente, all’avanzata di atteggiamenti intolleranti e populisti, della quale siamo spesso accusati, ci rende vittime più facili di esperimenti politici pericolosi (vedi appunto la privatizzazione evidente del sistema sanitario o l’uso dilagante dell’edilizia contrattata come strumento di esproprio del territorio urbano).

E dunque tornare ad ascoltare parole limpide e dirompenti può servire a farci intravedere un altro modo di essere cittadini e di fare politica (in tutte le accezioni di questa attività, da quelle movimentiste a quelle istituzionali); fatti tutti i debiti distinguo che gli anni intercorsi impongono, preso atto di tutti i fallimenti che volete, messe in bilancio le difficoltà che vivere senza scendere a patti con niente e nessuno inevitabilmente portano con sé: anche con tutte queste limitazioni, porsi traguardi altissimi ed avere utopie a cui tendere non può che rendere degna di essere affrontata anche la sconfitta.

Abituarsi alla mediocrità è pericoloso, porta ad accettare gradualmente qualsiasi peggioramento del livello di vita materiale e morale, fino a ignorare l’avanzata della fine della democrazia, che, come la storia ci insegna, raramente alle nostre latitudini arriva con fragore e scoppi di tuono. Molto più spesso striscia sull’indifferenza di chi non vuol vedere più in là della propria apparente tranquillità; di chi ripete che tanto non val la pena agitarsi, che il pubblico non funziona e che il privato è più efficiente, che la flessibilità è un valore e il diritto del lavoro un intralcio, che le violenze dei gruppi neofascisti sono solo goliardate, e via dicendo.

Rileggere la vicenda del Che attraverso i suoi aspetti più familiari e meno conosciuti serve a dimostrarci ancora, se ce ne fosse bisogno, che i sogni non muoiono all’alba, se sono radicati in una visione universale e non spinte egoistiche. Volere giustizia sociale, istruzione, diritti, pane e lavoro per tutti non è velleitarismo utopista, non è passato di moda: i modi di ottenere questi risultati non saranno oggi quelli che il Che mise in atto, ma è innegabile che i suoi ideali brillano ancora con luce accecante, che i suoi obiettivi sono ancora i nostri. Che non abbiamo ancora finito di camminare domandando☺

 

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