Gli incapaci di casacalenda
2 Giugno 2021
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Gli incapaci di casacalenda

Non era mai accaduto, almeno a Casacalenda, che consiglieri comunali di minoranza e di maggioranza si accordassero per negare ai loro compaesani il diritto di avere un’amministrazione comunale, regolarmente eletta. Quando un cittadino si candida a ricoprire la carica di consigliere comunale lo fa, o dovrebbe farlo, unicamente per favorire gli interessi della collettività, sia in posizione di maggioranza che di minoranza. Quando invece va dal notaio per rinunziare a questa onorevole  funzione  non fa altro che formalizzare l’incapacità a svolgerla, in barba a tutti quelli ai quali ha promesso che avrebbe dato anche il sangue per loro. Si spera che per il futuro nessuno di questi “incapaci” abbia l’ardire di candidarsi a qualsiasi carica pubblica.

Alcuni anni fa, in consiglio comunale, la sinistra, che sedeva sui banchi dell’ opposizione, facendo ricorso al senso di responsabilità, consentì alla maggioranza di destra, che era rimasta senza sindaco, (lo stesso aveva trovato più conveniente fare il consigliere regionale), di proseguire nel suo mandato fino alla fine della consiliatura; evitò, contro i propri interessi politici, la nomina del commissario prefettizio e favorì con questa scelta gli interessi della collettività. È noto a tutti, tranne agli “incapaci”, che il peggior sindaco del comune è sempre meglio del migliore commissario prefettizio, non perché “incapace” anche lui, ma perché quella funzione non contiene in sé uno degli elementi essenziali della democrazia: il consenso  popolare. Il sindaco, democraticamente eletto, è costantemente sottoposto al controllo democratico della sua comunità alla quale rende conto ogni giorno. Il commissario invece non deve rendere conto a nessuno e neanche al presidente della repubblica che lo ha nominato ma solo alla legge e alla sua coscienza.

Vorrei a tale proposito esercitarmi in una riflessione metagiuridica (nel senso che per metà è giuridica e per metà no) che tuttavia trova una sua giustificazione nei princìpi che ispirano le regole della vita democratica. Quasi trent’anni fa, lo Stato centrale, per rendere più stabile ed efficace l’attività politico-amministrativa degli enti locali, stabilì che le predette amministrazioni fossero elette col sistema maggioritario e, novità assoluta, che sindaci e presidenti di provincia ricevessero l’investitura direttamente dagli elettori. La domanda viene spontanea: se il sindaco viene eletto direttamente dai cittadini e non dal consiglio comunale, come possono i consiglieri sfiduciarlo senza una consultazione popolare? Perché, dunque, affidare, nel periodo di scioglimento del consiglio, i pieni poteri, ordinari e straordinari, ad un funzionario dello Stato e non al sindaco che ha ricevuto, legittimamente dal “popolo sovrano”, il mandato ad esercitarli? Qualche dotto giurista potrebbe facilmente confutare le nostre argomentazioni tacciandole appunto di riflessioni metagiuridiche, anche se noi continuiamo a pensare che non c’è stato di diritto là dove non c’è democrazia.

È il caso di ricordare, a noi stessi per prima e a chi ne ha la responsabilità poi, che il comune, specialmente nei piccoli centri, rappresenta lo Stato in tutte le sue declinazioni, appunto per questo, ci sono sindaci che offrono ai propri concittadini servizi, sostegni, informazioni, a volte anche solo conforto a chi spesso, anziano e solo, non sa a quale santo rivolgersi. Da noi il comune è aperto solo due giorni a settimana e per ricevere un’ informazione bi- sogna incatenarsi ai portoni chiusi per suscitare la curiosità del commissario la quale, sovente, svolge le sue funzioni dalla prefettura di Campobasso. Ma veniamo ai fatti, che di chiacchiere ne è pieno il mondo! In genere all’inizio della stagione invernale è prassi per ogni sindaco, rosso o nero che sia, predisporre un piano neve per far fronte alle necessità che incombono a causa delle condizioni meteorologiche, cosa questa deliberata anche per quest’ anno dalla giunta e dal sindaco non ancora sciolti. Non sappiamo però se il commissario straordinario si è premurato di verificare la corretta esecuzione della predetta delibera, anche perché la neve, venuta giù a metà febbraio, è rimasta per molti giorni là dove era caduta. Sappiamo invece che in compenso lo stesso ha ritenuto di affrontare il problema promulgando un’ordinanza con la quale ha invitato i cittadini, per lo più anziani, a provvedere alla rimozione, dalle strade e dai cornicioni delle proprie abitazioni, del ghiaccio e della neve, pena pesanti sanzioni pecuniarie. Ve li immaginate voi i vecchietti di questo paese salire sui balconi per togliere le stalattiti di ghiaccio o addirittura, pala in spalla, a togliere la neve dalle strade? Ma questo è solo il biglietto da visita. Ciò che voglio evidenziare è il diverso approccio culturale con cui il sindaco e il commissario affrontano lo stesso problema. Mentre il primo, avendo bisogno del consenso, si preoccupa dei suoi concittadini, il secondo, avendo bisogno di tutelare la sua carriera, si preoccupa delle formalità, limite atavico della burocrazia che nella migliore delle ipotesi garantisce l’ efficienza e quasi mai l’efficacia dell’azione am- ministrativa.

In questi ultimi mesi, nel silenzio pressoché unanime di tutte le istituzioni, due importanti realtà economiche e sociali, con una mission di spiccato valore etico e culturale, hanno sospeso le loro attività. Le stesse si occupano, e con buoni risultati, di accoglienza e integrazione di migranti, richiedenti asilo la prima, e di minori non accompagnati la seconda. Non vorremmo pensare che tutto questo avviene perché manca qualche certificazione. Ma la domanda cardine è la seguente: tutto ciò sarebbe accaduto se in comune ci fosse stato un sindaco? Non vogliamo infierire contro il commissario, il suo operato sarà giudicato da chi ne ha la responsabilità. A noi corre l’obbligo di ricercare le cause di questo disastro e denunciarle. Questa volta le abbiamo trovate.☺

 

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