gli opportunisti
2 Dicembre 2010
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gli opportunisti

 

Ditegli sempre di sì. Così il grande commediografo Eduardo titolava una delle sue divertenti, e al contempo amare, commedie. “Dire di sì”: è questa la strategia che nell’opera teatrale i personaggi mettono in atto per arginare le eventuali sconsiderate reazioni del protagonista, reduce da una degenza presso una struttura manicomiale. Nell’invenzione farsesca di Eduardo appaiono persino esilaranti il gioco delle parti, l’equivoco e la tensione creativa per reagire ad una condizione patologica, la follia del personaggio principale. Ma la verità, come il pubblico ben comprende, è altra cosa!

Abbandonando la suggestione teatrale dobbiamo nostro malgrado renderci conto invece che “dire di sì” sta diventando una prassi molto diffusa, tant’è che ormai ci siamo abituati a sentir parlare di yes men (al singolare yes man).

Il significato dell’espressione – nome composto dall’arcinoto avverbio yes (traduzione “sì”) e dal sostantivo  man (plurale men) (“uomo, uomini”) – è, quindi, uomo del sì. L’accezione negativa del termine sembra riecheggiare anche a livello fonetico. 

Sul piano semantico uno yes man – o, con licenza poetica, una yes woman [pronuncia: ies.uman], al femminile – è colui/colei che esprime sempre consenso nei confronti di un altro, è la persona di indiscutibile obbedienza, che esegue gli ordini senza porre domande. Un fenomeno solo recente? No di certo! Un atteggiamento soltanto italiano? Non ci spiegheremmo l’esistenza del termine nel vocabolario inglese!

La storia ci ha mostrato numerosi esempi di yes men; la sociologia e la psicologia se ne sono occupate ampiamente. Lo psicanalista americano James Hillman, nel sostenere la tesi che il potere genera questo tipo di atteggiamento da parte di coloro che risultano essere dei “subordinati” descrive la figura degli  yes men come persone da cui il potere riesce ad ottenere cieca obbedienza “inducendo loro un pensiero a breve scadenza, per cui non si guarda più intorno e in avanti e a lungo termine sui valori di fondo della vita con conseguente atrofizzazione dei sentimenti”.       

Il vocabolario inglese contiene inoltre numerosi sinonimi del termine che appartengono ad un registro linguistico più informale e che, a volte, rasentano la volgarità!

Viene da chiedersi quali possano essere le motivazioni per cui una persona decide di diventare uno yes man: scarsa autonomia di giudizio, abitudine alla delega, sfiducia nelle proprie potenzialità, oppure semplicemente opportunismo e ricerca spasmodica di profitto, in barba a qualsiasi scatto ideale?

Una persona che accetta di uniformarsi ad un’altra non sempre è cosciente di operare una scelta indotta: spesso è il “potere” a mettere in atto strategie per creare ed ottenere il consenso necessario al suo mantenimento. Più che nei decenni trascorsi se ne ravvisa oggi tutta la drammatica attualità: cronaca e politica nazionale e locale non ci risparmiano da esempi su quanto possa essere diffuso il fenomeno.

Secondo Umberto Galimberti “il potere agisce attraverso la pervasività delle sue idee, e la civiltà che ne nasce è tenuta insieme non dalle idee di bellezza, verità, giustizia, pace, convivenza di popoli, ma dalle idee di commercio, proprietà, prodotto, scambio, valore, profitto, denaro, che in modo inconscio governano la vita dell’uomo occidentale e, per imitazione, dell’uomo del pianeta”. A queste forme di “potere”, che spesso non si identificano in singoli individui, siamo chiamati a “dire di no”, “e passare dalle idee che ci posseggono alle idee che pensiamo è il primo atto della nostra libertà, la prima forma di limitazione del potere che ci sovrasta ogni volta che persuade il nostro inconscio che le sue idee non possono che essere le nostre idee”.

Come stiamo tentando di fare con il nostro periodico, noi non vogliamo dire acriticamente di sì. A questa vuota acquiescenza preferiamo un sano dissenso!☺

dario.carlone@tiscali.it

 

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