Gli sprar al passo d’addio
14 Febbraio 2019
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Gli sprar al passo d’addio

Future. Blessing. Bright: rispettivamente Futura, Benedetta, Luminosa.

Non avrebbero potuto scegliere nomi più pieni di vita e di speranza, i genitori di queste ragazze ormai adulte, partite da terre lontane ed approdate nel nostro paese dopo un lungo viaggio.

Sembra quasi un paradosso che a portare queste parole simbolo di speranza siano coloro che invece dovrebbero ricevere speranza, come anche l’augurio di un futuro, auspicabilmente luminoso, un’idea che evidentemente hanno dovuto abbandonare, insieme ai luoghi da cui sono partite.

Future, Blessing e Bright sono tre ragazze che fanno parte di una comunità più ampia che ne comprende altri, dai nomi altrettanto ‘importanti’ quali Esther, Kelvin, Ibrahim, Rashidat, John, Amssumane, Pascal, Mario ed Emiliano, che affollano uno dei numerosi Centri per Minori Stranieri Non Accompagnati, anelli di congiunzione della capillare rete Sprar, insostituibile sistema di accoglienza, sopravvivenza e sussistenza per coloro che giungono nella nostra regione, come in altre, fuggendo da realtà difficili.

Negli occhi di questi ragazzi abbiamo visto la gioia, la felicità, la fiducia verso chi li ha accolti, dissimulando il passato che si sono lasciati alle spalle, tra storie di intolleranze religiose, odio etnico ed impossibilità di vivere una vita libera.

Provengono dalle zone geografiche più disparate: Nigeria, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Eritrea, Albania. Li abbiamo accolti senza timori e senza paura verso il prossimo, nonostante le differenze di pelle, di usi e costumi e benché rappresentino un crogiuolo di credenze religiose che vanno dai pentecostali ai cattolici, agli animisti e musulmani. Ci spiegano, senza mezzi termini, che il nostro modo di accoglierli li ha fatti sempre sentire a casa rispetto ad altre realtà che hanno attraversato. L’Italia può essere davvero orgogliosa di questo.

Hanno sogni nel cassetto questi ragazzi ed è auspicabile che non sia proprio la nostra generazione a volerglieli negare. Chiedono lavori normali, come fare il meccanico o l’architetto. C’è chi ha più ambizioni e sogna di fare la cantante o la ballerina. C’è poi chi vuole fare un lavoro rispettabile e sociale: il medico. Ognuno con le proprie tradizioni, ognuno con i piedi in Italia ma il cuore in Africa, ci hanno accolto nel centro di accoglienza di Campobasso con il sorriso, in una fredda giornata di dicembre, nonostante si legga nei loro occhi uno sradicamento rispetto alle provenienze di ciascuno.

È per tale ragione che di domenica tentano di sentirsi più a casa, cucinando in autonomia e preparando pietanze che li avvicinino ai sapori della zona equatoriale, con i dovuti adattamenti. Principalmente mangiano riso, arricchito da ortaggi e poi tanto pollo, il più speziato possibile, che non manca mai a tavola. Gesti semplici che cercano di rendere ‘normale’ una domenica che rischia di diventare un giorno come un altro.

Eppure, nonostante sia così dolorosamente distante la loro terra rispetto alla vita quotidiana qui, non hanno potuto fare a meno di lasciarsi alle spalle un passato che avrebbe portato un presente ed un futuro impossibile da vivere, come ci raccontano nei loro diari dalle terre dominate da Boko Haram.

L’accoglienza come elemento distintivo del paese Italia, dicevamo; ma siamo nel 2019 e tutto questo potrebbe essere cancellato dal colpo di spugna del governo Conte avvenuto nelle scorse settimane. Sugli Sprar si addensano le nubi dello spettrale Decreto Sicurezza ed una politica di odio verso l’immigrato che sta modificando giorno dopo giorno il rapporto verso i nuovi arrivati. Così recita l’articolo 10 della nostra Carta Costituzionale: “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”

È questo il principio in base al quale gli Sprar esistono, funzionano ed hanno reso lo straniero meno straniero, ne hanno permesso una graduale integrazione sociale, anche in realtà che poco avevano sperimentato questo tipo di reciproca convivenza, ed il Molise in tal senso è un laboratorio aperto. Questo connubio, certamente difficile, con l’entrata in vigore del provvedimento poc’anzi citato, rischia di andare definitivamente in frantumi e con esso l’intero sistema di accoglienza, a causa di un ‘poco avveduto’ taglio delle risorse da parte del governo centrale, anche se sarebbe più corretto addebitare le cause al Ministero dell’ Interno, che di questo decreto ha fatto un vero cavallo di battaglia, accorpando in un unico Decreto Legge due materie diverse come la sicurezza e l’immigrazione, mettendo in gravissime difficoltà i Comuni rispetto al sistema di accoglienza, causando ricadute negative sui territori e cittadinanza.

Sarebbe un vero peccato che questa, come tante altre oasi felici, pur nelle enormi difficoltà e criticità causate dai vissuti problematici dei loro ospiti, debbano lasciare il posto ad uno spazio vuoto. Verrebbe a mancare una fondamentale rete di protezione per questi giovani nuovi arrivati, per generazioni più grandi di loro e non ultimi, per tutti gli operatori del settore che ogni giorno rendono questo miracolo possibile.

Forse questo tesoro costruito a piccoli passi, e che ha reso il nostro paese il fulcro dell’accoglienza, vale più di un decreto e va oltre le mere battaglie ideologiche che offuscano la mente di chi ne vuole la loro distruzione.☺

 

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