gocce sulla pietra di Antonio Di Lalla
30 maggio 2012
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gocce sulla pietra di Antonio Di Lalla

 

La goccia scava la pietra. È un detto popolare estremamente vero. Non una sola. Non una volta tanto, ma sempre nello stesso punto e solo nella ripetitività fino all’inverosimile. È quello che ci testimoniano le Madres di piazza di maggio in Argentina. Siamo stati alle celebrazioni per i 35 anni di attività per rendere omaggio a donne coraggiose, per constatare un metodo di lotta nonviolenta, per documentare un impegno che ha portato frutto, per proporre uno stile a una politica nostrana che troppo spesso naviga a vista, cercando per lo meno di rimanere a galla se non sulla cresta dell’onda. Senza idee progettuali forti, decise, martellanti, su cui scommettere fino in fondo,  non si va da nessuna parte. Lo riprova lo stato della sinistra in Italia, incapace di essere significativa e innovatrice, troppo spesso a rimorchio.

Oggi le Madres sono una istituzione, un punto di riferimento per l’Argentina e non solo. Un ruolo conquistato con la fatica, con la lotta, con la passione proprio di chi ama. Ma non è stato sempre così. Negli anni bui della dittatura, iniziata nel 1976, sono scomparsi (desaparecidos) oltre trentamila persone, per lo più nel fiore degli anni. Di fronte alla sparizione dei loro figli e figlie, impegnati a sognare e sbozzare una società migliore, non si sono chiuse nello strazio della sofferenza, ma hanno trasformato il dolore in lotta, la lotta in amore. E così ogni giovedì pomeriggio, con un fazzoletto bianco in testa, sono scese nella piazza antistante il palazzo del governo (Casa Rosada) e insieme e in silenzio marciavano intorno all’obelisco per conoscere la sorte dei figli scomparsi e per chiedere giustizia. Con il sole e con la pioggia, col caldo e col freddo, loro erano lì, come una cambiale al protesto. Insultate, biasimate, caricate dalla polizia, che quando può non ci va troppo per il sottile, non indietreggiarono, non si dispersero, non aspettarono tempi migliori. Solo la verità le avrebbe fermate. Sopravvissero alla dittatura, sfidarono i governi succedutisi e oggi sono ancora lì, puntuali ogni giovedì, nonostante il governo finalmente amico e che loro appoggiano, e lo saranno finché non verrà fatta piena luce su quella barbarie che distrusse una intera, futura, possibile classe dirigente. Non accettarono compromessi, neppure indennizzi, perché i figli non hanno prezzo. Fa perfino tenerezza vedere queste donne segnate dagli anni e dagli acciacchi, ma con una passione indomita che le mantiene perennemente giovani. Solo la morte potrà fermarle. Da loro impariamo che non basta volere qualcosa, occorre metodo e costanza per vedere possibili frutti; che la scelta nonviolenta e di coscientizzazione è sicuramente proficua rispetto al teppismo di squadracce che si infilano ad arte nelle manifestazioni o all’uso delle armi di chi si sente giustiziere e invece è solo funzionale ad una possibile ulteriore repressione poliziesca.

Nel nostro piccolo, con questo periodico di resistenza umana, emulo in certo qual modo dello stile delle Madres, le sentiamo vicine e ci riteniamo onorati della visita che ci hanno fatto due anni fa. Di mese in mese, come goccia sulla pietra, chiediamo che avvenga la ricostruzione dopo i danni del terremoto, documentiamo sprechi, raggiri e speculazioni, denunciamo le malefatte come l’ultima legge approvata dal consiglio regionale che ha come unico obiettivo non la soluzione dei problemi dei terremotati, ma la stabilizzazione dell’esercito dei tecnici. Non ci fermano né la possibile fine ingloriosa di questo pessimo governo regionale, – se il consiglio di stato confermerà la sentenza del TAR che ha dichiarato nulle le elezioni dell’ottobre 2011 – né i prossimi, di qualunque colore saranno, finché non sarà fatta giustizia e restituita a tutti la dignità della propria abitazione. E per cortesia, si pensionino politicamente e definitivamente i vari Ruta che, perenni zombi, ricompaiono ogni volta che c’è odore di elezioni.

Tra le burla dell’ex commissario Iorio, che si inventa incarichi per il suo fido scudiero di Casacalenda, di cui non sa dare neppure spiegazione, come documentiamo nelle pagine interne, e il burlesque dell’ex premier Berlusconi che deve in qualche modo passare le nottate che la vecchiaia pruriginosa rende spesso insonni, non ci accontentiamo del primo salvatore della patria che il mercato mette a disposizione, con indosso la casacca di circostanza, magari senza arte né parte. Vogliamo persone, sia a livello nazionale che locale, che abbiano progetti seri e condivisi, che siano disposti a lottare senza cedimenti, costi quel che costi. Non sono in gioco le scelte personali, di cui siamo estremamente rispettosi, ma l’impegno sociale e politico sul quale non transigiamo. Abbiamo avuto modo di constatarlo nella baraccopoli argentina di Itatì in cui ha operato, lottato e per questo assassinato, all’inizio del 1976, padre Giuseppe Tedeschi, originario di Jelsi e che con piacere abbiamo ricordato e onorato. Quello che ha seminato non è ancora andato perduto, semplicemente perché credeva in quello che faceva.

Se dai noi si stenta a vedere i frutti di una rinnovata politica è perché probabilmente non ci sono ancora persone che si spendono seriamente con coraggio, coerenza e lealtà. Di questo abbiamo urgente bisogno prima che le cose precipitino ulteriormente. Gli altri non si presentino neppure, se non vogliono essere sepolti da una risata.☺

 

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