Homo sum
7 Settembre 2018
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Homo sum

Il prossimo 10 dicembre sarà celebrato il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, fu il risultato della terribile esperienza della Seconda guerra mondiale e della volontà, da parte della comunità internazionale, di non permettere che si ripetessero simili atrocità, ma anche di garantire i diritti di ogni individuo in ogni luogo della Terra.

Nell’anno dei Diritti Umani – tale è stato proclamato dall’ONU il 2018 -, mentre le cronache riportano quotidianamente episodi in cui i diritti individuali sono calpestati, violati e negati, vale la pena di riflettere sul significato della parola “uomo”, ripartendo dalla sua etimologia.

Secondo un’ingegnosa congettura dell’autore latino Varrone, il termine homo, da cui deriva il nostro “uomo”, sarebbe collegato a humus, “terra”. Se quest’ultimo vocabolo indica in italiano un miscuglio chimico di sostanze organiche presenti nel suolo agrario, o anche, in senso figurato, la premessa di un fatto storico e culturale, homo significa letteralmente “creatura terrestre, nata dalla terra e destinata a ritornare alla terra”. Analogamente, il verbo inhumare vale “coprire di terra”, “sotterrare”: la terra (humus), che ha dato vita all’uomo (homo), con la morte se lo riprende. L’ipotesi di Varrone è stata confermata dagli studiosi moderni, secondo i quali humus deriverebbe dalla radice sanscrita (il sanscrito è un’antica lingua indoeuropea) bhu- (“essere, generare”), da cui bhumi “terra” e bhuman “nato dalla terra”, quindi “uomo”.

Collegati alla stessa radice di uomo sono l’aggettivo humanus e il sostantivo humanitas, ma anche humilis e humilitas. “Umile” è colui che proviene dalla terra, che sta in basso, e l’“umiltà”, prima di diventare una virtù fondamentale dell’etica cristiana, indica letteralmente la capacità di porsi al livello del terreno, e quindi più in basso possibile. Nel noto Cantico delle creature, San Francesco d’Assisi fa di “sorella acqua” il simbolo dell’umiltà, definendola “multo utile et humile et pretiosa et casta”. L’acqua infatti scaturisce dal terreno, non si innalza, non ascende, ma tende invece a scendere, finché non ha raggiunto il punto più basso. È significativo anche che tutta la preghiera, considerata il primo testo della letteratura italiana, si concluda con l’invito a servire il Signore “cum grande humilitate”, parola chiave del francescanesimo. Anche gli altri due termini humanus e humanitas sono stati trasferiti alla lettera nella nostra lingua, il primo con il significato di “umano”, il secondo con quello, doppio, di “genere umano” e di “sentimento di fratellanza fra tutti gli uomini della Terra”.

L’humanitas è un valore nato nel II secolo a. C. e rimasto fondamentale per gli intellettuali dell’antica Roma, che trova la sua espressione più genuina nelle opere del commediografo Terenzio e, in particolare, nell’Heautontimorùmenos (Il punitore di se stesso). L’anziano protagonista Cremete si accorge che Menedemo, un altro vecchio personaggio, sta attraversando un difficile periodo, autopunendosi con lavori umili e pesanti per aver provocato con i suoi rimproveri la fuga del figlio. Al tentativo di conoscere i motivi del disagio di Menedemo, Cremete viene invitato a non occuparsi di fatti che non lo riguardano. Allora replica con una battuta destinata a rimanere famosa: Homo sum, humani nihil a me alienum puto: “Sono un uomo, e ritengo che non mi sia estraneo nulla di ciò che è umano” (v. 77).

In questa celebre formulazione, l’humanitas è dunque il diritto-dovere, proprio di ogni uomo, di interessarsi dei problemi degli altri uomini, per cercare di aiutarli, in nome di quella solidarietà e condivisione a cui non si riesce a dare mai pieno compimento, nemmeno nell’Anno dei Diritti Umani.☺

 

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