I sogni non sono un lusso
23 Marzo 2018
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I sogni non sono un lusso

Lettera aperta a quanti hanno ancora voglia di ascoltare

Mi piacerebbe parlare delle leggi razziali andate in vigore ottanta anni fa. Fu turpe selezionare le persone in base alla razza, a decretare quali avevano diritto di affermarsi e quali invece dovevano nascondersi per non essere arrestate, deportate, assassinate. Questo fu fascismo. Come è fascismo oggi impedire la libera circolazione delle persone, discriminarle in base al colore della pelle, della provenienza, dell’identità. Abbiamo mai pensato: e se fossi nato al posto dello straniero che mi fa paura?

Mi piacerebbe parlare della chiesa come ospedale da campo dopo una battaglia, dell’impegno sociale del papa a favore dei più deboli, degli scarti umani, e degli ostacoli, se non veri boicottaggi, che trova in determinati settori della chiesa e in parte della gerarchia che non si rassegnano a una chiesa di poveri e per i poveri. A monte non c’è semplicemente la contestazione di questo papa, ma il rifiuto del Concilio Vaticano II che finalmente con lui torna alla ribalta. Una comunità di credenti, arroccata aristocraticamente nella difesa dei privilegi e degli interessi di bottega, che non ama farsi popolo, è infinitamente lontana dagli ideali evangelici. Il tradizionalismo religioso è una forma di fascismo.

Mi piacerebbe parlare dell’8 marzo non come festa da concludere in un qualche ristorante, né come anniversario da celebrare con una mimosa, ma come giornata per fare il punto della situazione sulla parità, sul rispetto dei sessi, sulle scelte improrogabili che la società deve mettere in essere perché non vi sia discriminazione sul lavoro, sugli stipendi, sulla libertà individuale. La violenza, sovente dentro le mura domestiche, che purtroppo non poche volte sfocia nell’eliminazione fisica, è di stampo fascista.

Mi piacerebbe parlare delle elezioni, ma non avendo la sfera di cristallo – scrivo a fine febbraio – non azzardo previsioni sui risultati elettorali. Se c’è stato un terremoto politico oppure il solito andazzo che perpetui il tirare a campare per non tirare le cuoia (come avrebbe detto il discutibile Andreotti), quando leggerete, è già acclarato. In fondo sullo scenario nazionale la nostra incidenza con due senatori e due o tre deputati è pressoché zero. Peones destinati a fare numero e salamelecchi intorno ai segretari di partito che li hanno voluti. E un parlamento così composto quanto dista dal fascismo?

Mi piacerebbe parlare, perché mi sta particolarmente a cuore, della competizione elettorale per il rinnovo del consiglio regionale. Come rivista abbiamo elaborato e messo a disposizione un progetto di sviluppo per il Molise, tracciando le linee guida che i tavoli intorno ai quali si svolgono le trattative per il prossimo assetto della regione si guardano bene dal prendere in considerazione. Con la stessa ostinazione con cui noi cerchiamo di individuare il da farsi per il bene collettivo, loro cercano nomi e alleanze da mettere in campo. Siamo come due rette che non si incontreranno mai, neppure all’infinito quando a nessuno gliene frega più niente. Si attende il 5 marzo, è allora che gli eletti dovranno far pesare su di noi la loro insignificanza romana, mentre i trombati cercheranno la rivalsa e chi lecchi le loro ferite! Sarà pur vero che il proverbio che più ci contraddistingue è lasse sta’ ‘u monne come ze tròve, che la nostra è la regione più introvabile e meno popolata del sud, che è quella dove si legge di meno, che ha più depositi alle poste, che ha più pensionati rispetto al numero di abitanti, che i molisani sono più fuori che dentro (cfr. I molisani di Ivana Mulatero), ma è tempo di uno scatto di orgoglio, prima che il fascismo la faccia da padrone.

Mi piacerebbe parlare a tutte le forze in campo affinché escludano dalle liste regionali quanti sono stati candidati al parlamento, sia i designati, perché possano fare il loro dovere nelle sedi preposte, sia i non eletti perché, come dice un proverbio paramilitare, se non sono stati buoni per il re non lo saranno neppure per la regina! Siamo stanchi di vedere i volti dei soliti noti, perennemente presenti, spesso per via ereditaria, con il loro pacchetto di voti e con i capobastone foraggiati, che propinano le loro strategie clientelari aventi come fine gli interessi di bottega, mai lo sviluppo della regione. Fascismo è anche volere una massa che non diventi mai popolo.

Mi piacerebbe parlare a una sinistra che la smetta con i tiri mancini e cominci seriamente ad elaborare una strategia di governo che renda bello e dignitoso vivere nella nostra terra. L’unità non è mettere a tacere le differenze, non è uniformità asfissiante. Nasce dalla voglia di parlarsi, confrontarsi, progettare. La sinistra, direbbe Vitaliano Della Sala, ha fatto la fine dell’aquilone che, precipitato nella pozzanghera, nessuno sa o vuole aggiustare. Ma se non ci tiriamo fuori dalla pozzanghera nella quale ci hanno sbattuti, saremo condannati a sguazzarci all’infinito. Facendo il gioco del fascismo.

Mi piacerebbe parlare di questo e altro perché i sogni non sono un lusso. Il ’68 ha aperto una porta che continuamente si cerca di chiudere, perché quello spirito mina tutti gli assetti che tentano di ricostituirsi. La ribellione di fronte a una regione maltrattata, vilipesa, è n obbligo. Ci sono tutte le potenziali per uno sviluppo armonico che tenga conto del carattere dei molisani, del territorio vocato al turismo, dell’ambiente da salvaguardare, dello sviluppo che arresti la fuga dei giovani. Una rivoluzione o è permanente o innesca nuovi fascismi.☺

 

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