I territori come fiori
10 Gennaio 2020
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I territori come fiori

Negli ultimi mesi si assiste a una crescente quantità di iniziative e progetti, così come di aspirazioni quando non addirittura percorsi già avviati e avanzati di candidatura UNESCO riguardanti beni culturali immateriali, anche e proprio nel contesto molisano. In queste stesse settimane si attende, con trepidazione da parte di molti, il risultato della valutazione della Commissione UNESCO che deciderà in merito alla candidatura di rete internazionale della transumanza alla Lista del Patrimonio Immateriale dell’Umanità. In ciascuna di queste iniziative, per ragioni diverse, emergono ragionamenti e spunti circa il valore dei beni culturali per le comunità, l’importanza di un riconoscimento globale come quello dell’UNESCO e il necessario patto comunitario di presa in carico e cura del bene culturale condiviso da parte delle cosiddette “comunità di pratica” o – nel vernacolo patrimoniale che ormai segna queste complesse e articolate procedure di salvaguardia e valorizzazione -, delle “comunità patrimoniali” (heritage communities).

In molte di queste occasioni sono stata coinvolta e ho cercato di mettere in guardia rispetto alle criticità connesse alla salvaguardia e conservazione delle pratiche nelle aree interne, fragili e periferiche rispetto ai processi produttivi e di innovazione. In molti di questi incontri si è parlato di spopolamento, di crisi della comunità e dell’ importanza delle culture e identità locali come antidoto alla perdita, a ciò che Ernesto de Martino, prendendo a prestito la locuzione dal linguaggio della filosofia fenomenologica e esistenzialista, avrebbe chiamato “la crisi della presenza”. Se non ci si vuole perdere, se si vuole essere cosmopoliti senza annegare nell’indistinzione e nell’insipienza – scriveva de Martino nel celeberrimo passaggio di una prefazione ad una raccolta di poesie nel 1967- si deve “avere un villaggio nella memoria”.

Oggi questo valore della cultura comunitaria sembra condensarsi in modo forse troppo esclusivo e sistematico in una sorta di giudizio esterno su scala globale, quelle che un altro importante antropologo contemporaneo, Michael Herzfeld, ha chiamato le “gerarchie globali del valore”, secondo le quali ogni località aspira a essere conosciuta e riconosciuta nel consesso globale, a farsi vedere, mettersi in mostra con ciò che di più tipico, speciale, diverso essa “possiede”, come se proprio la cultura fosse qualcosa che si “ha” e non che si “è”.

C’è un elemento competitivo, esclusivo nelle aspettative che si muovono intorno alle candidature, come se si trattasse di un gioco a beni limitati per una eccellenza non riservata a tutti che per ciò stesso diverrebbe garanzia di successo e visibilità. Eppure le nomine UNESCO, specie quelle per il patrimonio immateriale, sono piuttosto basate sull’idea di un patto che le comunità stringerebbero con il consesso globale a mantenere le condizioni che hanno permesso a certe pratiche, forme espressive, manifestazioni culturali, saperi condivisi di mantenersi vivi e attivi garantendo il proseguimento e la trasformazione plastica e regolare delle culture di generazione in generazione. Per fare ciò si deve smettere di pensare che il logo UNESCO o il registro dei beni culturali di un Ministero siano una sorta di leva turistico-commerciale. È vero: le comunità in festa, i saperi artigianali, le colture e gli allevamenti radicati nei territori e le pratiche di cucina e di consumo dei cibi sono pezzi integranti delle strategie di promozione territoriale, ma non devono divenire neppure l’ossessione produttivistica di eccellenze di mercato.

Tuttavia, se non ci preoccupiamo delle condizioni per le quali certe comunità possono e potranno continuare ciò che hanno fatto nel tempo (coltivare, allevare, fare artigianato, fare festa, parlare dialetti e lingue propri dei luoghi e strettamente legati alle pratiche, costruire case, edifici pubblici e religiosi e insediamenti secondo stili e modalità tipiche di ciascun gruppo, ecc.), non potrà più esserci alcuna lista dei patrimoni immateriali. Se le comunità perderanno terreno e memoria, se le persone abbandoneranno le regioni dove hanno sempre abitato perché l’intreccio tra condizioni di perifericità e marginalità – sociale, culturale, politica, economica – è divenuto insostenibile, a nulla varranno le liste, i bollini di eccellenza, le mille luci della visibilità globale. Analogamente questo accadrà se in nome della promozione territoriale le comunità verranno spinte verso una trasformazione repentina, verso una brusca quanto irriverente spettacolarizzazione di ciò che hanno da sempre fatto: ciò determinerà una sorta di appassimento, quel senso fastidioso di fittizio e di “plastica” culturale, altrettanto pericolosa e inquinante, invero, di quella materiale che inquina i nostri mari.

Salvaguardare ciò che è proprio dei gruppi ha in primo luogo a che vedere con il rispetto e la conoscenza, con la curiosità sincera e l’attenzione disinteressata per le cose che si fanno e che fanno gli altri, con la gentilezza dello sguardo e della fruizione che è  spesso quanto di più lontano dall’idea di sviluppo che le nostre società veicolano. Per questo lavorare sulla salvaguardia e valorizzazione dei giacimenti culturali delle comunità non può prescindere dall’interrogarsi sulla nostra idea di sviluppo, di sostenibilità ambientale e culturale delle azioni rivolte alla crescita e all’empowerment delle località.  Ci viene dalla saggezza orientale il mite invito a non recidere il fiore bellissimo che si incontra per farlo proprio e comporlo in un bel vaso nella nostra casa, ma a lasciarlo dove sta, in tutta la sua bellezza, perché con l’interezza del suo ciclo di vita doni risorse e energie future ad altri fiori, perché sempre fiori vi siano.

Tutti noi abbiamo bisogno di pensare ai processi di salvaguardia e valorizzazione della cultura e del saper-fare delle comunità come a fiori belli da non recidere, da non esporre e comporre nel vaso mortuario della casa dei patrimoni, ma da lasciare che vivano, appassiscano, si macerino e tornino a dare nuova linfa secondo le forme e i tempi sempre sorprendenti che sono loro propri.☺

 

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