identità e alterità   di Silvio Malic
30 Ottobre 2011
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identità e alterità di Silvio Malic

 

Il timore verso lo straniero, temperato dal dovere sacro della ospitalità, forse raccontava il senso di tempi in cui l’individuo, immerso nel proprio gruppo, unico garante di sicurezza materiale e psicologica, nutriva sospetto verso genti ignote e diverse, mettendo in moto un  atteggiamento ostile o addirittura violento, per proteggersi da intrusioni materiali e culturali estranee al gruppo..

Il paradigma xenofobo, oggi, più che lo straniero guarda con sospetto il diverso. Ha ripreso, però, dalla propria storia una delle varianti più paradigmatiche di sé: l’uso strumentale delle diversità per fondare gerarchie, allo scopo di giustificare discriminazioni, sfruttamenti e ingiustizie, spacciandole per frutto di una giustizia naturale, in modo che la violenza possa legittimarsi quale mezzo necessario per ristabilire l’ordine naturale che le vittime avrebbero osato violare.

È vero, man mano si è arrivati alla convinzione, non solida, che la diversità non giustifica le discriminazioni nei confronti, ad esempio, di donne, negri, ebrei, bambini, diversamente abili, anziani, omosessuali ecc… Ma il malefico paradigma xenofobo si appiglia a diversità sempre nuove per promuovere nuove discriminazioni ed ostilità; le diversità (per fortuna dico io) sono innumerevoli. Se non è più il genere, la razza…, sarà l’appar- tenenza culturale o religiosa, la cittadinanza posseduta o meritata, la regolarità o meno di un procedimento amministrativo come il permesso di soggiorno, in  Italia trasformato in reato penale e altro ancora.

Purtroppo è raro che la diversità sia riconosciuta valore o ricchezza, in spregio al valore provato che riveste in campo biologico, sociale e culturale nei processi evolutivi di gruppi e società. Eppure la civiltà umana si è evoluta proprio nel trasformare il rapporto xeno-fobo noi/loro del tribalismo dei clan e del familismo, sfociante nella contrapposizione amico/nemico, in quello xeno-filo di io/altro, che impone riconoscimento, stima e rispetto dell’altro in quanto altro e orienta al processo culturale del costituirsi in noi. Nella natura vivente esistono soltanto entità diverse, racchiuse nell’unico moderno termine di bio-diversità; diverse e compresenti. Le monocolture sono aberrazione dell’in- cultura distruttiva di una economia stupida, avida e violenta.

La visione moderna dei diritti, quando si formalizza in dettato giuridico, è chiamata a sancire il principio di uguaglianza  proclamando le reali diversità: uguali senza differenza di sesso, razza, lingua, religione…È impedito negare le differenze, solo risultano irrilevanti al riconoscimento della pari dignità del singolo, tanto nei diritti quanto nei doveri. Sembra un paradosso: la norma che sancisce gli uguali deve proclamare la pluralità dei diversi; uguali perché  diversi, e, proprio perché diversi, trattati da uguali: senza discriminazione.

Di fronte all’omologazione che sminuisce le differenze, annullando le caratteristiche di ogni persona, senza le quali non è se stessa, bisogna reagire con il principio etico della uguaglianza e il dinamismo costruttivo dell’unità. Solo le differenze, riconosciute, tutelate, garantite, protette, ovvero, ospitate possono generare unità viva e vitale, ossia, comunità. Occorrerà  uscire – un vero esodo liberante – dalle identità esclusive, analoghe a quelle matematiche (a = a), ed entrare nelle identità umanizzanti: quelle inclusive, relazionali o delle compresenze come affermava Aldo Capitini, per assaporare la terra promessa dove scorre latte e miele e non lacrime e sangue, come promettono i profeti asserviti alle attuali spocchiose e inconcludenti gestioni politiche.

Abbiamo assistito nei mesi addietro alla proclamazione della fine del multiculturalismo: in Francia dopo le rivolte delle periferie di Parigi, così in Gran Bretagna, in Germania, in Italia. Quasi che, la presenza di altri (stranieri), ormai milioni, attentasse alla nostra capacità di identificarci come comunità. L’Europa, convergenza libera e pacifica di popoli, lingue ed etnie, non si accorge che il vero nemico, la serpe in seno, l’ha generato e accudito in se stessa. Il nemico del multiculturalismo – normale futuro di umanità sempre più mobile sull’intero pianeta – non è più solo la monarchia assoluta che ci fa sudditi di una religione, una nazione, una lingua o, peggio, una ideologia. Lo è, invece, una società di massa che azzera nazioni e culture. Lo è una comunicazione di massa madre della monocultura della mente nemica del pensiero. Lo è una cultura che trasforma tutto in merce per un mercato sempre più antiumano, lasciandoci l’esclusiva vocazione subumana a consumare. Tale cultura, da noi globalizzata, è matrigna di società senza attori, senza princìpi morali e senza istituzioni personalizzanti di riferimento. Proteggersi da questo virus distruttivo non accadrà isolando o, peggio, espellendo ogni peculiarità etnica, religiosa, culturale, ma  contrastando il vento che annulla le soggettività, le tradizioni, le norme e le rappresentazioni; già ora, quando di rado le riconosce, lo fa solo per discriminarle. Una cultura che annulla le capacità creative della persona, i percorsi dei diritti (opportunità aperte perché tutelate) e dei doveri (presenze autentiche perché impegnate) e le proietta al di fuori del mondo umano delle esistenze reali, attraverso il dogma assurdo del progresso infinito, in una corsa senza tregua, è già cultura putrefatta, capace solo di negare ad altri e a se stessa il futuro.

Non basterà, da sola, la visione positiva del pluralismo, denigrata nelle democrazie in deriva verso i nazionalpopulismi, né potrà fortificarla molto il fascino delle diversità, usate come oggetti variegati e cambiabili, sebbene sia tema più serio di quanto appaia. Occorre essere saldi nelle culture universalistiche (come ad es. le grandi religioni monoteistiche) ma non nella versione di potere con cui l’Occidente le ha tradotte nel passato ed altri immaginano di farlo ora, convinti che alla propria cultura tutti debbano soggiacere o liberamente assimilarsi, perché superiore.

È tragico che ciò perduri in Europa, proprio mentre essa rinuncia al gusto per le differenze e le specificità: le generazioni più giovani già ignorano la propria storia nazionale originaria. Nel frattempo, nella spirale di un rozzo nazionalismo strisciante che soffoca e spinge ad un insensato ritorno al passato, essa si mostra incapace di promuovere unione, ovvero ospitalità di storia comune, condivisa, partecipata, vivibile e sana.

Una cultura altra – nel senso pieno di nuova, diversa  e irriducibile alla precedente – che alla xeno-fobia (paura del diverso) sostituisca la xeno-filia (amicizia ospitale per il diverso) – grembo che alleva uguaglianza e mai l’abortisce – consentirà a tutti di essere diversi ma non discriminati, altri, come in verità lo siamo, ma non stranieri respinti o emarginati perché non assimilati, per una vita migliore di altri, di noi, di tutti. ☺

 

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