Il brigantaggio
23 Marzo 2021
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Il brigantaggio

Dal 1860 al 1868 in tutto il sud, dalla Sicilia all’Abruzzo, c’era la guerra. Iniziò l’11 maggio del 1860, quando i 1.089 uomini, capeggiati da Garibaldi, sbarcarono a Marsala, protetti dalle due navi militari britanniche, la Argus e la Intrepid. Una guerra non dichiarata contro il pacifico Regno delle due Sicilie aveva inizio.

Garibaldi, in nome della libertà, dell’Unità d’Italia, intercettando i bisogni materiali dei contadini, decretò il 17 maggio l’ abolizione della tassa sul macinato e il 2 giugno la divisione delle terre demaniali tra le famiglie che non ne possedevano. Così facendo ingrossò le file dei combattenti, diede certezze ai desideri dei contadini e ne legittimò di fatto l’insurrezione.

Queste aspettative i contadini le nutrivano sin dal 1806 quando fu promulgata la legge antifeudale. Essa, infatti, prevedeva l’abolizione dei privilegi dei baroni, lasciando agli stessi il possesso delle loro terre e attribuiva ai Comuni le parti di feudo su cui le popolazioni esercitavano gli usi gratuiti di semina, pascolo e raccolta di legna da ardere. Terre da distribuire ai contadini. Nei luoghi dove il bisogno di terra era più sentito, dove le angherie e i soprusi erano ferite da vendicare, la ribellione fu più radicale e duratura.

A Bronte il popolo insorse nei primi giorni di agosto del 1860 e nella violenza della rivoluzione furono uccise 16 persone. Fu Nino Bixio che, in ossequio alla lettera inviata al console inglese in Sicilia sig. G. Goodwin: “si son date oggi stesso energiche disposizioni perché non avvenga il menomo inconveniente, abuso o pregiudizio del diritto e delle proprietà di Lady Nelson, Duchessa di Bronte”, attuò una rappresaglia senza precedenti e nel coordinare un processo farsa, portò alla condanna a morte cinque persone.

Anche in Calabria, Garibaldi concesse ai contadini silani il diritto di pascolo e di semina nelle terre demaniali, nominò D. Morelli Governatore generale con poteri illimitati e proseguì verso nord. Dopo appena cinque giorni (5 settembre 1860), il Neogovernatore, di famiglia fra le più ricche della Calabria, prima borbonico, poi liberale, nel tutelare i proprietari terrieri della provincia di cui era espressione, annullò di fatto i decreti dell’Eroe dei due mondi e il sale tornò al prezzo di prima.

Il sogno di possedere le terre demaniali portò i “cafoni” lucani a massacrare nel 1860 il conte Gattini di Matera e il primo governo post borbonico presieduto da Giacinto Albino, nominato da Garibaldi, adottò anch’esso misure repressive contro l’occupazione della terra. Garibaldi impiegò circa sei mesi per risalire lo stivale, ma la guerra non terminò.

Quando i contadini si resero conto che i privilegi acquisiti dalla borghesia agraria anche con le usurpazioni delle terre demaniali, non erano messi in discussione dai nuovi regnanti, che il nuovo Stato aveva aumentato le tasse, istituito la leva obbligatoria in tutto il territorio dell’ex Regno delle due Sicilie, cafoni, ex militari del regio esercito, ex garibaldini, sbandati, disertori, si raggrupparono in bande più o meno organizzate e coordinate tra di loro e si ribellarono al nuovo ordine costituito.  La ribellione si fa esercito del legittimismo, si combatte per il ritorno dei Borboni e nei comuni liberati si brucia la bandiera dei Savoia. La rivolta divampa in Sicilia, Calabria, Basilicata, sul Gargano, nel Fortore, sul Matese, nel Molise, nel Casertano, nelle zone di confine con lo Stato Pontificio, sulle pendici del Vesuvio, nella Murgia, nella pianura pugliese, nel Salento. Furono chiamati Briganti.

Lo Stato appena sorto, in questa guerra di colonizzazione, nel 1863 emanò la “legge Pica”, legge per la repressione del brigantaggio, impegnò metà del suo esercito, oltre 120.000 uomini. Furono installati tribunali speciali di guerra, i quali in brevissimo tempo e in poche ore giudicavano e condannavano i colpevoli. Furono “fucilati o scannati” 18.000 persone, 14.000 napoletani furono incarcerati in un solo anno, scrisse il giornale “La campana di S. Martino” il 4/11/1863. 24.000 soldati borbonici e 1.700 ufficiali furono trasferiti in “centri di accoglienza” del nord, molti di essi finirono nella fortezza di Fenestrelle (CN), vero e proprio lager.

Furono anni in cui, come scrisse Gramsci nel ’20, “lo Stato italiano… ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale e le isole crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di briganti”. “O emigranti o briganti “, sentenziò poi nel 1888 Saverio Nitti.

Un amico ottantenne mi saluta, bestemmia e impreca contro il coronavirus. Racconta. Sono stato fermato da una pattuglia della polizia. Patente e il libretto. Lo sa che siamo in lookdown? Certo che lo so. Il tono inquisitore mi agita. Lo sa che è in multa? Non si può uscire di casa. Con voce risentita gli dico: vado a fare la spesa, devo pur mangiare! Avevo voglia di gridare. La frustrazione e il senso di impotenza ha prevalso. Dovetti compilare l’autocertificazione e sentirmi ulteriormente minacciato dalla mia ignoranza nello scrivere e da possibili ritorsioni.

Sui social un grido di aiuto circola da più giorni. “In Molise le nostre vite sono in pericolo. Avremmo potuto evitare o, comunque, contenere il dramma che, oggi, è sotto gli occhi di tutti. La voglia di andare in piazza è tanta, ma non possiamo assembrarci come sarebbe giusto. S.O.S. Molise. La sanità pubblica è in ginocchio! Siamo disperati. Le nostre vite sono in pericolo”.

Oggi come allora, il governo delle Istituzioni è nelle mani di chi è capace di servire e tutelare gli interessi dei poteri forti. Pandemia, Recovery, crisi, sono opportunità (create da?) per i potenti della terra per accumulare più ricchezza ai danni dei deboli, dei poveri, degli esclusi.

Che fare? “Guai ai prepotenti se l’ uomo conoscesse che la forza sta nelle sue mani, guai agli oppressori se l’uomo conoscesse i suoi diritti e i suoi doveri” (Carmine Donatelli Crocco, brigante del Vulture).☺

 

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