Il carcere dall’interno
16 Ottobre 2021
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Il carcere dall’interno

“E quando pensi che sia finita,

è proprio allora che comincia la salita,

che fantastica storia è la vita”

(Antonello Venditti).

Che dire? Mi ritrovo ancora qui dopo l’ennesima chiusura: da novembre 2020 in attesa della decisione della Suprema Corte di Cassazione, consapevole che alla conferma avrei dovuto lasciare gli affetti, il lavoro, per i prossimi 5 anni. E con la paura, l’angoscia mista alla rassegnazione di dover varcare quei cancelli, con il ricordo triste delle mie passate carcerazioni, perché il carcere è un contenitore di corpi, è il luogo della pena, della separazione, della negazione dei diritti, della neutralizzazione di chi, da altri, a seguito del reato commesso è definito socialmente pericoloso; è la via più semplice per affrontare in chiave repressiva e cieca le marginalità sociali, “chiudiamolo dentro e abbiamo risolto il problema!”. Gli istituti in cui sono stato da condannato definitivo erano spesso veri e propri gironi danteschi; ho avuto modo di conoscere persone con svariate problematiche, i poveri, gli emarginati, quelli che non possono permettersi un avvocato – e gli viene assegnato uno di ufficio -, molti attendono inermi nelle celle le decisioni delle autorità giudiziarie, senza conoscere i propri diritti. Nelle carceri si vive in costante sovraffollamento: è inumano non avere un briciolo di riservatezza, i propri tempi decisi da altri, è degradante mangiare, dormire, in tante persone (per lo più sconosciute) in pochi metri quadri, vedere giornalmente la propria dignità umiliata e in alcuni casi calpestata senza ragione.

Il detenuto spesso è confinato in un cono d’ombra perché nelle carceri non ci sono figure professionali di riferimento (assistenti sociali, psicologi, educatori); è vero siamo reclusi ma non dovremmo essere esclusi, ho conosciuto personalmente compagni di pena con una ricca e profonda umanità. Nella vita abbiamo commesso errori ed è giusto pagarli, ma molti di noi hanno perso la compagna, non hanno più una famiglia a sostenerli e si abbandonano a gesti di autolesionismo. Ad ogni carcerazione, dopo i primi mesi, sono riuscito a ritrovare un equilibrio interno attraverso la lettura ed anche scrivere mi ha aiutato a mantenere buone relazioni con i miei compagni di pena: amo scrivere le mie emozioni a dispetto della banalità, che poi banalità non è, perché chi scrive ha sempre qualcosa da raccontare, ed è una voce che vuol farsi ascoltare; cercare di comunicare con qualcuno significa non sentirsi esclusi, ed a qualunque voce bisogna dare ascolto perché può aiutare a guardare il carcere da una prospettiva diversa.

Oggi, agosto 2021, mi trovo ristretto nella casa circondariale di Larino già da gennaio  e devo dire che mi sono dovuto ricredere. Dal mio ingresso, dopo un primo periodo trascorso in quarantena causa covid-19, sono stato assegnato alla sezione: dopo il consueto benvenuto dai già presenti “ospiti”, ho avuto modo di vedere celle occupate da una persona e altre da due persone quindi non più il sovraffollamento, come in passato, e nei giorni a seguire una mattina sono stato svegliato da suoni strani e affacciandomi per vedere all’esterno non credevo ai miei occhi: erano galline faraone, più in là in prossimità del campetto da calcio c’era un cavallo che in uno spazio verde mangiava l’erba, in seguito ho saputo che ci sono galline, conigli di cui si occupa un “ospite”, un altro ancora si dedica alla coltivazione di ortaggi stagionali sia a terra che in una serra, ortaggi freschi che sono distribuiti all’interno delle mura; non avevo mai visto una cosa del genere in passato, e questa è la risposta al senso di calma che avvertivo all’interno. Ho avuto modo di vedere che c’è un laboratorio di cucina per corsi alberghieri, laboratorio di pasticceria-pizzeria ed un piccolo caseificio, inoltre vari corsi scolastici tra cui agraria. Questo sta a significare che l’area-educativa funziona e dà impiego, responsabilizzando molte delle persone ristrette: tutto questo mi fa notare che il carcere sta cambiando in meglio, stemperando la pressione che lo stare chiuso sempre in una cella porta trascinandoti nell’ozio totale. Credo che il carcere così strutturato a misura d’uomo sia dovuto alla sensibilità ed alla professionalità della Direzione, dell’area educativa e osservazione, inoltre ho avuto modo di notare la forma di rispetto tra gli agenti di custodia e i detenuti qua ristretti. In questi giorni sono molto attento alle notizie dei vari giornali e TV nazionali sugli episodi accaduti nei vari istituti italiani, alla riforma “Cartabia” che prevede anche le agevolazioni alle pene alternative al carcere; credo che le persone preposte a decidere a concederle, debbano avere il coraggio di attuarle per un reinserimento dell’uomo nella società. Molti di noi non portano rancore o hanno conflittualità con la società esterna, molti di noi hanno bisogno di ritrovarsi con la famiglia, di ricominciare una nuova vita, ed io sono convinto che non è l’avvocato di fiducia che ci tira fuori da qui, ma è la nostra rinascita che parte da qui per ricominciare a vivere. ☺

 

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