– il casone di casacalenda: ‘intervento terapeutico + posta
7 Maggio 2017
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– il casone di casacalenda: ‘intervento terapeutico + posta

Quando si parla di oggettività nel campo delle scienze sociali e – ancor di più – in quello delle tecniche terapeutiche in psicologia, si rischia di scivolare in facili riduzionismi.

Chi vorrebbe una prevedibilità assoluta dei risultati riabilitativi a partire da dati e teorie certe, spinge perché si definisca oggettivo l’intero percorso di cura, il quale sarebbe caratterizzato da una teleologia chiara: da uno stato patologico si passa ad uno di relativo benessere, purché si rispettino le premesse che le tecniche di riabilitazione-cura suggeriscono. Il soggetto che un tale processo pone in questione è un soggetto abitato dalla linearità di uno sviluppo che – quando condizionato da elementi patologici – sarebbe bloccato e per il quale sarebbe sufficiente immaginare nuove condizioni perché si riattivi il naturale percorso di crescita ed evoluzione.

Io rifiuto questa semplificazione: non esistono progressioni universali, né crescite standardizzate, né vettori prevedibili che l’essere umano dovrebbe attraversare per potersi definire “normale”; esistono certamente elementi che creano le condizioni perché un soggetto diventi tale, ma è necessario ricordare che l’uomo diventa soggetto solo quando è definito da una divisione, da una mancanza, da un vuoto che ogni teoria fatica a colmare, e che ne rappresenta il cuore “perverso”. Come direbbe Lacan, si tratta di quell’aspetto della soggettività che non si può attaccare direttamente, ma che può rappresentarsi solo costeggiandolo. Le teorie totalizzanti che montano un essere umano completamente prevedibile condizionano prassi e risultati terapeutici: per questo sono convinto che non esiste intervento di cura che non sia un salto nel vuoto, e che ci obbliga a discutere dei risultati dell’azione terapeutica solo a posteriori. Ciò significa che esistono riferimenti teorici che devono funzionare da guida per l’operatore, ma che il bagaglio di strumenti non depotenzia il vuoto al cuore del soggetto. Si agisce nell’incertezza, su un terreno rischioso e non prevedibile; ciò che funziona da appiglio sono proprio i riferimenti teorici e la fiducia nel proprio lavoro.

La garanzia etica e tecnica del nostro agire è quella fornita dalla condivisione, dalla costruzione di settings, dal coinvolgimento della rete sociale e dei pazienti, lungi però dal rischio della delega in bianco, che – quando assunta dalle istituzioni di cura – rischia di divenire l’anticamera del controllo sociale e della segregazione.

La conquista di una visione del soggetto scevra da montaggi ideologici come quelli di cui si fa portatore un certo positivismo – che vorrebbe un individuo non portatore di contraddizioni, monolitico e trasparente – depura il lavoro terapeutico dall’onnipotenza dei curanti, o dalla loro totale impotenza, permettendo di operare con umiltà e dentro una cornice etica solida.

Alessandro Prezioso

alessandroprezioso2@libero.it

 

Il bacio del Vampiro

Leggendo un saggio di Willy Pasini dal titolo “Volersi bene volersi male”, sono rimasto particolarmente colpito da ciò che l’autore scrive della figura del vampiro; questo essere dotato di una bellezza spettrale, che arriva ad uccidere baciando, incarna una elegante figura in smoking e allo stesso tempo pallida, aristocratica e di un fascino innegabile. Questa rappresenta quei lati contrastanti della personalità dell’essere umano, che quotidianamente ritroviamo nelle nostre vite.

Il bacio del vampiro è diventato una metafora, ad esempio in politica, con Karl Marx che ha affermato che i “i capitalisti vampirizzano il lavoro operaio per conto della borghesia”; da vampiro deriva anche il termine “vamp, assegnato ad una diva che guadagna più di quanto dovrebbe”. Parlando di aspetti molto più gravi come la malattia, il vampiro “compare anche nelle allucinazioni degli schizofrenici e nelle esperienze di sdoppiamento della loro personalità”.

La letteratura ottocentesca ha prodotto il libro “Dracula” di Bram Stoker, mentre al cinema compare nel noto film “Dracula” di Francis Ford Coppola, e lo si è visto più recentemente nel serial televisivo “The Vampire Diares”, tratto dal libro “Il diario del vampiro”.

Enrest Jones collega il fascino del vampiro al desiderio sessuale rimosso che è in relazione al sadismo di colui che gode della sofferenza altrui, traendo il massimo piacere dall’omicidio e dalla tortura.

Ho scelto di parlare di questo tema perché secondo me l’ambiguità del vampiro riguarda alcuni aspetti della mia personalità, oltre a rappresentare un’ambiguità universale.

Ariano Greco

 

Di seguito pubblichiamo uno stralcio tratto dallo spettacolo “Da sasso a nuvola”, frutto del lavoro messo a punto dal laboratorio di teatro della struttura Il Casone di Casacalenda. Il testo presentato in occasione della rassegna MoliseCinema, prende le mosse da una poesia di Sylvia Plath, e offre lo spunto per riflettere sulle questioni importanti per ciascun essere umano: il buio, la depressione, la difficoltà della risalita e le possibilità offerte da un incontro. Proprio questa è la chiave con la quale i partecipanti al laboratorio hanno voluto interpretare il testo dell’autrice: un incontro può rompere la ripetizione infernale, il ritorno dell’uguale, fondando le condizioni per un Evento che scompagini l’esistenza. È questo, in fondo, l’obiettivo che intendiamo perseguire con il nostro lavoro quotidiano: favorire quell’incontro che rompe e squaderna il presente e dà vita alla rivoluzione per ciascuno di noi.

Alessandro Prezioso

 

Dalla poesia al mio passato

Silvia ho ascoltato con attenzione le tue parole e ho compreso molto bene le sofferenze che hai avuto. Infatti quello che hai raccontato mi ha fatto pensare al mio passato.

Hai parlato di una presunta morte essendo però viva, tutto quello che hai visto non era immaginazione ma parte della tua esistenza e una concreta realtà.

Io ti capisco molto bene, perché anche io ho incontrato nel mio passato il freddo, l’oscuro e i brutti pensieri.

Quello che hai raccontato ha fatto riemergere la sofferenza e la solitudine che ho vissuto.

Si, la solitudine. Non c’è terapia che possa guarirla e può distruggerla.

Però piano piano, se ci credi nell’amore, se credi in qualcuno o in qualcosa, puoi riprenderti la tua vita, superando quell’ostacolo sottile e trasparente che ti divide dalla vita.

Io sono riuscito a superare l’ostacolo perché ora ho accanto persone che hanno conosciuto tutto il buio che mi ha circondato.

Ora ho accanto persone che mi considerano e mi danno tranquillità serenità e amore.

Sentirsi vivi dipende sia da noi che da quelli che ci circondano e che credono in noi.

Grazie a loro ora posso guardare verso l’orizzonte e non sono più miope.

Vedo due nubi che pian piano si aprono e appare lentamente una luce.

È lui, il sole, e resto a guardare, ma la sua luce mi abbaglia, così chiudo gli occhi e resto lì.

Sento il suo calore che mi riscalda il viso.

Poi piano piano apro gli occhi e vedo delle piccole gocce venire giù, con il loro riflesso mi sembrano perle di cristallo, che lentamente si disciolgono.

Infine vedo la cosa più bella, un arcobaleno con tutti i colori teneri e sfavillanti, che per me hanno un significato di vita, di quando la natura ci può offrire senza pretendere nulla in cambio.

Possiamo riiniziare a vedere lo splendore, la luce, e il calore del sole.

L’amore che gli altri ci donano può essere inizio di una nuova vita.

Se la vita è un dono, bisogna dargli il giusto valore.

Giuseppe Cristallo

 

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