Il cuore fanciullo
13 Aprile 2021
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Il cuore fanciullo

Quasi apre la primavera la festa di san Giuseppe, il sole più caldo, le gemme degli alberi ormai turgide. È la festa dei papà e dei tanti Giuseppe, Peppino, Pina che qui in Molise ci circondano, perché il Santo è da sempre molto venerato nella nostra terra, storicamente terra di contadini e artigiani che in san Giuseppe riconoscevano la virtù della laboriosità coniugata a quella della solidarietà cristiana e nel santo vedevano un padre esemplare, per  spirito di sacrificio e amore verso la famiglia. Da Larino a Casacalenda a Riccia, solo per nominare i paesi più grandi, in quel giorno è tutto un susseguirsi di riti simili nella sostanza, pur se caratterizzati ognuno da varianti tipiche: devozione fondata sulla semplicità e sulla vocazione all’ospitalità che si attribuiscono a San Giuseppe, la festa alterna l’allestimento di altarini con l’immagine del santo presso i quali si svolgono preghiere e canti a tavolate lunghe e ricche di ospiti, alle quali siedono talora tre persone (un uomo, una donna e un bambino) che simboleggiano la Sacra Famiglia, tale altra dodici uomini, simbolo degli apostoli; il pranzo della festività vorrebbe ricalcare la forma originale del culto, che prevedeva un menù di cibi poveri, in particolare legumi variamente cucinati e pane fatto in casa, coronato da dolci della tradizione gastronomica locale, come il celeberrimo “cauzone” di Riccia, una sfoglia di finissima fattura riempita di crema di ceci, frutto di una perizia femminile tramandata da generazioni, o le più nude “scorpelle”, le “scarpelle”, come hanno sempre detto a casa mia, bocconi di pasta di pane fritti e vagamente ricoperti di zucchero, essenziali quanto gustosi.

A Mirabello, dove pure san Giuseppe non è santo patrono, la ricorrenza della festa del santo è assai sentita né io ricordo anno in cui tra vicini e parenti non ci si sia scambiati il piatto della “scarpelle”, in segno di reciproca accoglienza ed affetto. Mia madre mi racconta che quando lei era bambina di “scarpelle” se ne facevano in così gran quantità, che nelle case per l’impasto si adoperava la “mesa” in genere utilizzata per il pane e le ragazze dai polsi più robusti o più avvezze alla cucina si offrivano come volontarie per dare una mano alla famiglia vicina, in caso di bisogno. Un tramestio che accendeva il paese, tanto che un amico di mio padre, un signore di Ferrazzano col quale spesso babbo scambiava battute scherzose durante il trito e sempre nuovo contenzioso sulla superiorità dell’un paese rispetto all’altro, ripetendo il leitmotiv del ferrazzanese aristocratico, silenzioso e ritirato rispetto al mirabellese popolano, tutto piazza e feste, poiché Ferrazzano domina dall’alto Mirabello, situato in una sorta di piccola conca, così motteggiava, ricordando la festa di San Giuseppe nei tempi andati: “Ah, Carmine! A Marabbiell’ ev’ tutta ‘na fumarola!”. Da Ferrrazzano, infatti, si vedeva il fumo alzarsi dai comignoli mirabellesi sottostanti, perché era nei camini che si friggevano le “scarpelle”. Si trattava, però, di un’abbondanza parsimoniosa, per cui i dolcetti, gustati con moderazione, duravano per giorni e insieme di un’abbondanza generosa, perché le “scarpelle” si offrivano ai lavoratori a giornata che venivano a Mirabello da paesi vicini e agli “zingari”, che con altri mercanti allestivano in quel giorno sulla piazza del paese la loro fiera di animali e attrezzi per l’agricoltura e semi e piantine, insomma tutte le cose utili ai lavori di campagna che a principio di primavera riprendono fervidi.

Sarebbe bello anche quest’anno gustare le”scarpelle” appena fritte, vedere i bambini che si azzuffano per prenderne qualcuna, sentire le nonne che brontolano a destra e manca perché non si mangi prima che tutto sia pronto e in ordine, mentre sotto sotto godono dell’essere riconosciute come cuoche imbattibili: per il secondo anno di seguito non sarà così o quanto meno la gioia della festa non sarà così autentica. Sappiamo colpe e colpevoli e sappiamo pure che i problemi materiali richiedono soluzioni materiali, che non si può stare col naso all’insù aspettando che in giù il mondo migliori da solo, purché abbassiamo lo sguardo; però sentiamo che nei momenti difficili della nostra esistenza, quando pare ci manchi l’aria per respirare e la terra sotto i piedi per starci su ritti, la prospettiva che si allunga oltre il “qui ed ora” è salvifica e la speranza non è eufemismo di rassegnazione, ma fonte di vita.

Speriamo, dunque, che ai tanti malati, ai giovani, ai lavoratori che ora soffrono, san Giuseppe voglia strizzare benevolo l’occhio, mostrando il suo cuore di padre amorevole ma discreto, silenzioso ma complice, come spesso solo i padri sono. Scriveva Camillo Sbarbaro di suo padre:

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

Vorrei dedicarli questi versi a san Giuseppe e a tutti i padri che ci affiancano anche da lontano e il cui cuore fanciullo rimane in noi sempre vivo.

A presto.☺

 

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