Il fare schietto
13 Aprile 2019
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Il fare schietto

Chissà se per gli antichi i miti avessero la stessa forza icastica che per i bambini e per gli adulti cuor di fanciullo di ora hanno fumetti e graphic novel, o meglio la stessa capacità di dipingere con la parola che è di taluni irripetibili romanzi ottocenteschi, primo fra tutti I promessi sposi. Del resto diceva bene Orazio nella sua Epistola ai Pisoni – più nota come Ars poetica “ut pictura poiesis”, ovvero come la pittura, così è la poesia, in genere la letteratura.

I miti che Ovidio racconta nelle Metamorfosi hanno i colori di un quadro rinascimentale o barocco, a seconda, la plasticità viva della migliore scultura d’arte, né è un caso che molti di tali miti siano divenuti soggetto di meravigliose riproduzioni pittoriche e statuarie, basti pensare al bellissimo Narciso di Caravaggio, che si specchia languido nell’acqua e ha occhi solo per se stesso, o al celeberrimo gruppo di Apollo e Dafne di Bernini, il cui marmo sembra rendere la palpitazione di Dafne mentre che, già trasformantesi in pianta d’alloro, è ghermita dalla mani di Apollo.

Nel secondo libro delle Metamorfosi Ovidio descrive un memorabile ritratto dell’invidia: personificata e considerata alla stregua di divinità maligna, l’Invidia abita una casa squallida di marciume, una casa senza mai sole e zeppa di gelo e di torpore; ella mangia carni di vipera, con le quali alimenta il suo vizio, si strascina pigramente pallida e macilenta in tutto il corpo, il suo petto è verde di fiele, la lingua soffusa di veleno, mai che abbia lo sguardo diritto né mai un riso sul volto, se non suscitato dalla vista del dolore altrui, perché con dispiacere vede i successi della gente e si strugge al vederli, carpit e carpitur una – scrive Ovidio -, rode e si rode da sé ed è questo il suo tormento.

L’Invidia è da Ovidio talmente ben tratteggiata, tanto sono riconoscibili i suoi connotati malvagi, tanto essi risultano vividi, che al solo leggere ne sentiamo prossima la pericolosità e la vorremmo scansare; dovremmo rammentarla sempre questa figura dell’invidia e serbarla nel cuore, perché dall’invidia non siano intaccati i nostri rapporti umani e resi torbidi e colpevoli.

Io e Annamaria non siamo state amiche strette o di lunga data, né confidenti, ma credo di poter dire che forse proprio perciò ci siamo conosciute a fondo, nell’essenziale; so, pertanto, che Annamaria non ha mai frequentato la casa dell’Invidia né mai le ha teso la mano.

Di Annamaria ho impressi in mente il sorriso garbato e gentile, dacché ci siamo incontrate la prima volta e poi sempre, l’attitudine discreta e calorosa insieme, la franchezza dello sguardo e la rapidità incisiva, mai subdola, del gesto e delle parole, la capacità di gioire dei traguardi altrui spinta da un evidente moto di empatia dell’animo; ogni volta che capitava di incontrarci io, lei e Dario naturalmente con lei, mi sentivo a mio agio, nello scambio di battute brevi coglievo la sua intelligenza pronta e solerte, tesa a cogliere l’essenza senza perdersi in perifrasi di maniera.

È così che voglio ricordarla e renderle il mio grazie, perché nel fare schietto di Annamaria, nella sua posa sobria eppure sentimentalmente interessata agli altri, ho riconosciuto la mia Milano; so che questa taccia di milanesità non le darà noia, perché – ce lo siamo dette nel corso di una delle nostre celeri, milanesissime chiacchierate – amare le proprie radici e la propria identità non significa concepirle rigide e inamovibili, ma al contrario essere pronti a coglierne i limiti, discuterle, variarle, rimescolarle in vista di orizzonti nuovi e progressivi.

Ciao, Annamaria.☺

 

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