Il fascino dell’america latina
25 Maggio 2017
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Il fascino dell’america latina

La storia siamo noi, quando dalla storia non distogliamo lo sguardo né lasciamo che ci venga occultata a bella posta.

Piano Condor ai più degli attuali settantenni forse non dice nulla, eppure Piano Condor è anche la loro storia, la storia dei loro vent’anni, ed è una storia di orrore, una storia scomoda.

Piano Condor è infatti il nome in codice di un progetto di matrice internazionale preventivamente studiato e sistematicamente posto in essere negli anni ‘70 del Novecento, allo scopo di annientare i movimenti insurrezionali animati specie da giovani, specie in Sud America e tesi alla realizzazione dell’“utopia” democratica. L’inizio del Piano Condor coincide di fatto con l’undici settembre del 1973, quando a Santiago del Cile il Palazzo de La Moneda, sede del Parlamento cileno, fu preso d’assalto dai golpisti di Pinochet: da quella data e per un decennio abbondante le dittature militari via via affermatesi in Sud America seguirono identiche procedure di annientamento del “nemico”, che fosse socialista o marxista o cattolico democratico o generico dissidente dell’ordine costituito dai regimi militari. Dal Cile all’Argentina, dall’Uruguay al Paraguay, dal Brasile al Perù un medesimo avvicendarsi di interrogatori e torture e sparizioni e di nuovo interrogatori, torture, sparizioni, un trait d’union criminoso e bensì una prova ex post del fatto che di una strategia d’azione organizzata, condivisa, consapevolmente perseguita si trattò, diversamente da quanto si è provato a sostenere, pure a fronte di tanta enormità delittuosa, di tanti omicidi, di tanta sofferenza.

Nel mio immaginario l’America latina occupa un posto speciale, è il luogo – è i luoghi – della purezza primigenia, del connubio perfetto tra anima e corpo; e mi affascina la storia dell’America latina degli anni ’70, perché vi riconosco l’essenza della tragedia umana, lo scontro tra il fervido desiderio di una vita “giusta” e l’ingiustizia che lo minaccia e lo trasforma nel suo contrario, il martirio o la morte ingiusta. Un paradigma che, anziché intimorirmi, mi istruisce ad agire inseguendo ideali per me irrinunciabili, quali la democrazia, la giustizia sociale, la nonviolenza, la solidarietà, perché non nell’auto-conservazione, ma nel dono di sé inoltrato fino al sacrifico di sé si producono – io credo – semi di umanità che il vento della vita sparge qua e là e che, dove prima e dove poi, germineranno.

Nel romanzo intitolato Le irregolari – Buenos Aires horror tour Massimo Carlotto ripercorre parte di quella storia sudamericana degli anni ’70; concentrato sull’ Argentina, sulla dittatura militare di Videla e sulla sua “guerra sporca”, ne racconta la pratica della desparacion, i campi di concentramento clandestini, i figli degli scomparsi trattati come bottino di guerra, la complicità di certa Chiesa cattolica, le connessioni e le coperture internazionali che permisero a Videla di trasfigurare il suo regime e di tessere il capolavoro tra le operazioni volte a “sbiancare” i suoi crimini dinnanzi all’ opinione pubblica, i mondiali di calcio del ‘78, al termine dei quali la squadra argentina ottenne il trofeo del primato e l’Argentina con il suo leader poté essere salutata dal mondo intero come paese campione, paese “riuscito”, mentre la sequela di delitti e violenze nascosti non aveva conosciuto tregua nemmeno durante le più applaudite partite di pallone.

Nel romanzo Carlotto racconta anche la battaglia delle nonne e delle mamme di Plaza de Mayo, una storia femminile fatta di amore, dolore, coraggio. Tutti i giovedì a Buenos Aires, in Plaza de Mayo, dove l’Argentina ha festeggiato l’indipendenza, osannato Péron, pianto Evita, queste donne, simbolo della resistenza agli abusi dittatoriali, marciano per tenere vivo il ricordo di quei fatti; “irregolari” perché decise a non rassegnarsi, in una città timorosa e assuefatta all’orrore della dittatura di Videla vanno alla ricerca delle memorie dei loro figli defunti e dei loro nipoti, strappati fin da neonati ai veri genitori e affidati spesso a famiglie colluse con gli alti ranghi della gerarchia militare del regime.

Pensato come diario di un viaggio effettivamente svolto dall’autore in Argentina nel 1996 sulle orme di un nonno anarchico mai conosciuto che in Argentina era rimasto per alcuni anni “per non servire il re” in Italia, il romanzo, con una scrittura piena e incalzante nel contempo, narra di persone e fatti veri e descrive con precisione il modo in cui avvenivano le sparizioni, cosa ne era dei desaparecidos dopo il sequestro, le torture fisiche e psicologiche alle quali erano sottoposti, la morte, la “sepoltura”nelle fosse comuni, i parti nei campi di concentramento, il rapimento e il traffico dei piccoli figli degli scomparsi. Nulla toglie alla veridicità del racconto la cornice straniante che lega tra loro le varie tappe del viaggio di Carlotto, l’ autobus bianco e arancione con tanto di conducente patito del mate che ogni notte guida l’autore lungo i percorsi del Buenos Aires horror tour; se di elemento surreale si tratta, esso, ponendosi a ridosso del vero, funziona da detonatore, finisce per potenziare lo scandalo di quella realtà, tanto esuberante da aver superato sé stessa.

Trentamila sono stati i desaparecidos in quegli anni, una cifra simbolica, perché molte famiglie hanno temuto di denunciare; tra gli scomparsi moltissimi discendenti di emigrati italiani e molti molisani: a leggere i cognomi Berardo e D’Amico, solo per dirne qualcuno, mi sono commossa pensando ai molisani di Duronia e di Ielsi che, ignari anche della geografia del mondo, si erano imbarcati sulle possenti navi che tra fine Ottocento e inizio Novecento solcavano la rotta atlantica stracolme di migranti italiani, ho immaginato quale idea di progresso, quale fiducia in un destino di benessere per i loro figli e nipoti li avesse spinti ad un passo così difficile. E invece.

Disilluso come tanti ex-sessan- tottini, la sconfitta dei quali si misura nel numero di promesse fatte e mai mantenute, Carlotto non cede alla rassegnazione né al silenzio e chiude il suo romanzo con un invito a chi resta, perché, memore della storia e formato dalla storia, continui nella lotta per la difesa dei diritti umani e della giustizia nel mondo. “Buenos Aires horror tour – scrive Carlotto – è un viaggio nel tempo, perché coloro che furono portati via e rubati alla vita vivano nel ricordo di chi c’è ancora”. Anche nel nostro.

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