Il gesù storico
30 Aprile 2017
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Il gesù storico

Quando nelle accademie europee si discuteva sul fondamento storico del cristianesimo, gli studiosi si interrogavano su quanto dei vangeli fosse storico e quanto invece fosse solo il frutto della riflessione di discepoli che tentavano di elaborare il lutto della morte del loro maestro Gesù. La cosa prese una piega pericolosa e per molti drammatica, soprattutto quando il grande esegeta Rudolf Bultmann affermò che tutto sommato ciò che Gesù avrebbe o meno fatto durante la vita non era così importante per la fede, fondata essenzialmente sull’annuncio della sua morte e risurrezione. Chi accoglie tale annuncio fa l’esperienza del perdono dei peccati e della riconciliazione con Dio ed è questo che conta.
Improvvisamente il cristianesimo si è ritrovato orfano della storia (anche se per fortuna al di fuori delle università non se ne è accorto quasi nessuno). Immediatamente molti reagirono a questo radicale annullamento della figura storica di Gesù sostenendo che una fede fondata sul fumo senza l’arrosto è prossima a scomparire. Ed è grazie a questa reazione che oggi, guardando alla vita di Gesù, al tratto di strada fatto da lui con i suoi discepoli, possiamo dire che, al di là della varietà che riscontriamo nel nostro Nuovo Testamento, possiamo trovare un fondamento unitario originario da cui si è sviluppato tutto il resto. È vero che Paolo non ha conosciuto Gesù direttamente, ma al di là dell’esperienza decisiva che gli ha cambiato la vita, ha incontrato, nella prima fase della sua formazione cristiana, persone che avevano conosciuto Gesù e che gli hanno raccontato chi era umanamente, cosa insegnava, come si relazionava con i suoi discepoli.
Quando i vangeli furono scritti, Paolo aveva già svolto la sua missione che ha certamente influito anche sul modo in cui i vangeli hanno raccontato la vita di Gesù, ma sta di fatto che i vangeli hanno conservato tanti ricordi e insegnamenti del Cristo che precedono la predicazione di Paolo. Di questa prima fase dell’annuncio cristiano, dove non solo era importante parlare della morte e risurrezione ma anche delle parole dense di ammaestramenti che Gesù donava alle folle e di cui i discepoli hanno conservato gelosamente la memoria, troviamo tracce evidenti proprio nei vangeli, soprattutto in quel materiale che Luca e Matteo hanno in comune (di cui fanno parte, tra le altre cose, le Beatitudini e il Padre Nostro) e che gli studiosi chiamano convenzionalmente, con poca fantasia, Fonte Q (dove Q sta per la parola tedesca Quelle che significa, appunto, fonte, come il titolo del nostro giornale!).
È in questa raccolta, fatta soprattutto di insegnamenti, che noi troviamo tracciata la prima forma di cristianesimo, che precede tutte le altre e che in parte sopravvivrà ancora per qualche tempo, mentre parallelamente si svilupperà il cristianesimo paolino e giovanneo, scomparendo poi nella storia, forse perché assorbita da altri tipi di comunità, forse perché incapace, nella sua radicalità, di resistere alla tentazione di realismo a cui sempre si è poi piegato ogni movimento religioso (come vediamo, ad esempio, nella storia del francescanesimo). Questo documento ormai perduto mostra come Gesù aveva voluto la sua comunità: povera, senza fissa dimora, continuamente in missione, solidale con i reietti della società in cui viveva, tutta protesa all’attesa del Regno di Dio, cioè a un cambiamento della società non fatto attraverso una rivolta ma causato da Dio stesso e che poteva essere preparato vivendo già da cittadini di questo Regno. Gesù infatti dice che lui non ha dove posare il capo, che non valgono più le convenzioni e gli obblighi della società patriarcale, che non bisogna possedere beni ma vivere fidandosi della provvidenza.
Un programma del genere può sembrare eccessivo ed è per questo che Gesù in realtà non lo chiedeva a tutti, ma solo a coloro che erano chiamati a vivere con lui la missione evangelizzatrice, mentre i destinatari dell’annuncio rimanevano nella loro stabilità sociale e famigliare, accogliendo Gesù e i suoi discepoli nei loro spostamenti (come facevano Marta e Maria) e sostenendoli nelle loro necessità, forse come forma di gratitudine per aver ricevuto l’annuncio del vangelo. Un annuncio non basato solo sulle parole, ma anche e soprattutto su atti di guarigione dei malati, sia fisici che spirituali. La presenza di Dio era tangibile proprio nella capacità di vincere il male che si manifesta anche nella malattia che emarginava dalla comunità il malato. Guarire i malati significava abbattere i muri di separazione fondati sulla paura dell’altro. L’essenzialità voluta da Gesù per sé e per i suoi collaboratori rendeva liberi di potersi muovere per portare speranza ovunque ci fosse emarginazione ed esclusione e trovava forza nella consapevolezza che la venuta prossima del Regno di Dio avrebbe reso superflue tutte le strutture sociali esistenti.
Questo modo di vivere la sequela di Gesù continuò anche dopo la pasqua e molti dei discepoli (in modo simile ai primi seguaci di Francesco d’Assisi, 1200 anni dopo) continuarono a mantenere questo stile ispirandosi a quella raccolta di insegnamenti messa per iscritto (la fonte Q), destinata presto a scomparire, anche se è sopravvissuta provvidenzialmente in due vangeli. In tal modo oggi possiamo quasi toccare con mano ciò che sentivano coloro che hanno lasciato tutto e lo hanno seguito per annunciare agli uomini che Dio regna.

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