Il gigaro
3 Maggio 2014
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Il gigaro

Il gigaro, Arum italicum Mill, appartenente alla famiglia della Aracee, è una pianta erbacea che cresce in luoghi ombrosi, lungo i fossati o nei sottoboschi, fino a un’altitudine di 800 metri, ma talvolta può infestare le colture arboree non ben lavorate. In questi casi è possibile limitarne lo sviluppo con lavorazioni profonde del terreno e con l’asportazione dei rizomi radicali. Sono infatti i rizomi/tuberi provvisti di gemme che permettono la perpetuazione della specie, mentre è piuttosto rara la moltiplicazione per seme: essendo dotati di proprietà emetiche, i semi inducono gli uccelli, che eventualmente se ne cibassero, a vomitarli. Si può anche integrare la lotta meccanica con quella chimica per mezzo di erbicidi a base di glifosate da distribuire sulle foglie della pianta.

Il gigaro è noto anche come calla selvatica per la somiglianza con quella coltivata a scopo ornamentale; esiste poi un’altra specie, sempre spontanea, l’Arum maculatum, che differisce dalla italicum per le foglie maculate di rosso invece che di bianco e per l’infiorescenza violacea invece che gialla.

L’infiorescenza è proprio la caratteristica più interessante di questa pianta: carnosa, di una particolare forma che ricorda una clava, è detta spadice, e avvolta da una grande foglia affusolata, la spata. Lungo l’asse carnoso, si trovano in basso i fiori femminili, poi i fiori maschili, e in mezzo, tra i fiori femminili e quelli maschili, una zona di fiori sterili. Sopra i fiori maschili c’è anche un glomerulo sterile. Tra queste varie sezioni sono presenti delle estroflessioni a forma di setole, che hanno la funzione di trattenere gli insetti pronubi per favorire l’impollinazione.

Curiosa è l’impollinazione di questi fiori-trappola: gli insetti pronubi (coleotteri, mosconi e altri piccoli insetti), richiamati non solo dall’ odore molto sgradevole di carne putrefatta, ma anche dal calore prodotto dalla clava, penetrano nella camera grazie alle estroflessioni rivolte verso il basso, le quali, nello stesso tempo, ne impediscono la fuoriuscita, fino al loro afflosciamento, che avviene dopo la maturazione degli stami. Gli insetti vi rimangono imprigionati per alcuni giorni e, nel tentativo di recuperare la libertà, si spostano incessantemente raccogliendo e distribuendo il polline dappertutto. Molti muoiono nell’ impresa, mentre altri – più fortunati e resistenti – riescono a liberarsi quando la spata avvizzisce per l’avvenuta fecondazione e riprendono il loro volo di fiore in fiore, provvedendo all’ impollinazione.

Dopo i fiori, sullo spadice si formano i frutti (bacche), prima chiari, poi verdi e infine rossi, molto attraenti, ma velenosi. Nel caso in cui vengano ingerite molte bacche, il gigaro può risultare addirittura mortale. Il principale responsabile della grave intossicazione è l’acido ossalico, che però viene disattivato con la cottura. Per questo, in tempo di carestia, la pianta, cotta a lungo, era utilizzata per l’alimentazione umana. Anche il contatto delle parti verdi della pianta con la pelle può provocare pruriti, irritazione e dermatiti, per la presenza, oltre che di ossalato di calcio, di saponina e glucosidi dell’acido cianidrico. Forse per questo motivo, e per tenere lontano i bambini, il gigaro è chiamato anche Pan di serpe. La negatività delle sue bacche, inoltre, indusse negromanti e fattucchiere ad includerlo fra le piante indispensabili per distillare misteriosi intrugli da usare nei riti satanici.

Ma nell’antichità la pianta godeva di una buona fama: secondo una leggenda popolare, Giosuè e Caleb, volendo dimostrare a Mosè l’effettiva fertilità della Terra Promessa, avrebbero piantato lo scettro di Aronne fra le zolle; il legno si sarebbe immediatamente coperto di germogli, originando una pianta chiamata con il diminutivo di Aro. Sembra poi che al rizoma di un gigaro sia dovuta la salvezza dell’esercito di Giulio Cesare rimasto privo di qualsiasi tipo di rancio durante una delle tante campagne del condottiero; infatti nel libro III del De bello civili Cesare parla di una radice chiamata chara, molto abbondante nei dintorni del suo accampamento militare, che, mescolata al latte, attenuava molto la fame.

’A bonennàte e ’a malennàte è infine il nome con il quale questa pianta è conosciuta nel nostro dialetto. La spiegazione è da ricercarsi nel fatto che, un tempo, i contadini, osservando la forma e la posizione dei fiori, individuavano i semi dei vari cereali (grano, granoturco, orzo, avena) e ne ricavavano con molta fantasia la previsione se la successiva annata sarebbe stata buona o cattiva. ☺

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