Il giusto che rende giusti
22 marzo 2018
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Il giusto che rende giusti

“Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti… il giusto mio servo giustificherà molti” (Is 53,5.11).

Il Libro di Isaia ci immette con forza nell’esperienza del profetismo biblico e ci fa conoscere lo statuto del profeta (navî) d’Israele. Scelto da Dio in un momento determinato della sua esistenza, il profeta è chiamato ad annunciare ed interpretare la sua parola. La sua vita s’imbeve di questa parola fino a diventare essa stessa parola di Dio, segno per gli altri. Il messaggio che contiene la volontà di Dio può giungere al profeta tramite visione, audizione oppure ispirazione interiore ed egli può comunicarlo in prosa o in poesia, tramite parabole, oracoli, processi, canti d’amore, ecc. sulla base del suo temperamento personale, dei suoi doni naturali, del contenuto del messaggio da trasmettere. Il profeta ha la chiara coscienza di non agire da se stesso o per i propri interessi: sa di essere “espropriato”, di portare una parola che lo supera e di doversi rivolgere a tutto il popolo di Dio. Il profeta sa di essere teso tra due amori, a Dio e al popolo, e di dover essere lui stesso segno di quest’alleanza eterna che Dio ha stretto per sempre e dalla quale troppo spesso però il popolo si divincola.

Isaia esercita il suo ministero per circa quarant’anni che sono dominati dalla minaccia crescente degli Assiri ed è il profeta della fede, che invita a confidare in Dio nel tempo della crisi, che invita alla giustizia nelle relazioni sociali e alla sincerità nel culto. Il suo libro è il prodotto di un lungo lavoro di composizione di cui è impossibile ricostruire tutte le tappe, e che comunemente si suddivide in tre parti: Is 1-39 (Primo-Isaia); 40-55 (Secondo-Isaia); 56-66 (Terzo-Isaia). Se gli oracoli di Is 1-39 sono piuttosto minacciosi, il tono a partire dal Is 40 si fa consolatorio: il giudizio è avvenuto con la distruzione di Gerusalemme, ora inizia il tempo della restaurazione e del rinnovamento. Emerge il disegno di far nascere un nuovo Israele, dopo la catastrofe dell’esilio, mediante l’accoglienza della Parola di Dio. Alla società dei bisogni si vuole contrapporre una società alternativa che sperimenta la liberazione per comunicarla agli altri. Alla storia incentrata sulla violenza si preferisce la storia innestata sulla ricerca di Dio, di quel Dio che vuole e può salvare, di quel Dio che ama il suo popolo.

Nel cuore del libro appaiono allora quattro canti, i cosiddetti canti del servo (Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,13-53,12), il cui protagonista è un uomo (difficile da identificare) che sintonizza tutta la sua vita sulle frequenze di Dio e sposa l’alleanza con lui consacrando tutta la sua vita alla missione. Il servo del Signore è scelto dal Signore, è amato ed è inviato sia al popolo per la sua restaurazione che alle nazioni per la loro illuminazione; egli si consegna alla parola divina, lasciandosi scavare l’orecchio per poi comunicarla agli sfiduciati, e si consegna agli uomini che, però, lo umiliano fino a dargli la morte. Emerge la sua fede nel Signore, la sua mitezza nel relazionarsi agli altri, ma soprattutto il modo con cui vive l’umiliazione: egli si fa ricettacolo del dolore, della sofferenza e del peccato di tutti, intercedendo per i colpevoli e offrendo se stesso in sacrificio di riparazione. Il servo giusto in tal modo giustifica molti. Nella sua figura si intravvede così quella di Cristo, tanto che i canti del servo, insieme ad alcuni salmi (cf. Sal 22 e 69), stanno in filigrana al racconto della passione e rappresentano una sorta di protovangelo della passione. Essi inoltre rappresentano un programma di vita per ogni cristiano, perché insegnano lo stile di ogni incarico e di ogni missione.

Giustificare è spesso per noi sinonimo di coprire, occultare. Equivale a uno stile iniquo che non fa crescere nessuno e uccide la verità e la giustizia. Nella logica divina invece corrisponde al coraggio di immergere la propria vita nella giustizia, di fare propria la volontà salvifica universale di Dio scritta nell’opera della creazione e di consacrarsi al bene di tutti. Solo chi è giusto governa, perché serve. Solo chi è giusto impregna di giustizia la vita degli altri e accende anche nei luoghi più bui la luce della Pasqua.

 

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