Il lavoro dell’insegnante
12 settembre 2018
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Il lavoro dell’insegnante

Amo il mio lavoro. Fuori discussione. Ma non amo il modo in cui sono costretta a farlo nel paese in cui vivo. E, a pochi giorni dalla riapertura dei giochi, confesso che, forse più di altri anni, l’ansia da prestazione torna prepotente, il timore di non farcela a portare avanti tutto, a sfoderare competenze nuove (acquisite in modo artigianale, o non acquisite affatto) in qualunque circostanza, a fronteggiare famiglie, alunni con disagi, relazioni, giornate senza orari, la necessità di un dominio di sé pressoché completo tra i banchi. E tg dove rimbalzano, di tanto in tanto, quando della scuola per sbaglio ci si ricorda, notizie inascoltabili. Proclami, chiacchiere, fandonie. Lontane anni luce dal lavoro di trincea.

Sì, una volta tanto, lungi dal mio consueto ottimismo, faccio lo zaino per tornare in trincea, è questa la sensazione che ho. E mi proietto più in là, quando non avrò la freschezza di oggi e sarò costretta ad affrontare gli stessi impegni, la stessa fascia di età, con un bagaglio molto meno attrezzato di energie. Più esperienza, sicuro, ma meno elasticità, meno forze, meno resistenza.

Amo il mio lavoro, ma immaginarmi a settant’anni tra registri (elettronici o meno) e consigli, intemperanze dei ragazzi e valutazioni, mi spaventa. Ci rifletto, cerco di concentrarmi sugli aspetti positivi del mestiere, del rientro settembrino. Ma… eccola. Torna in mente la questione, annosa e irrisolta, dell’obbligo di valutazione del cosiddetto “rischio da stress lavoro-correlato”, cosa che nella scuola non esiste e che molto, invece, gioverebbe ad un sano sviluppo di carriera e ad una meno angosciosa immagine del domani, alla riduzione sensibile del malessere, del disagio, che ci accompagna.

Di che si parla? Tale obbligo (introdotto esplicitamente nell’art. 28 del D. Lgs. 81/08, nel quale si prevede che il datore di lavoro valuti tutti i rischi “[…] tra i quali anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell’accordo europeo del 8/10/2004”) prevede la salvaguardia della salute psico-fisica dei docenti, mai oggetto di serie riflessioni, solo di ironie intollerabili e chiacchiere da bar sui tre mesi di ferie, le 18 ore settimanali, il Natale e la Pasqua liberi, e tutti i pomeriggi a sfarfallare fra i propri interessi, liberi e leggeri.

È così che ci vedete non è vero? Forse il nostro mestiere non è così semplice come l’opinione pubblica oggi lo considera. A partire dai commenti poco lusinghieri sulla qualità e la difficoltà dei nostri esami universitari: vuoi mettere un esame di chimica e uno di letteratura italiana? Vuoi mettere poi un operaio della Fiat con un tizio in cattedra?

Il burnout (ossia lo stress di cui sopra, il rischio di scoppiare… diciamo così) rappresenta invece, purtroppo, una realtà visibile e tangibile della scuola italiana. Il lavoro dell’insegnante, dall’infanzia alla scuola secondaria superiore di secondo grado, è un lavoro che oggettivamente logora, ed è complicato dalla mancanza di considerazione sociale che alunni e famiglie hanno verso la categoria docente.

Docente? Forse non solo. Oggi, a una manciata di ore dalla ripresa di servizio, penso a chi siamo, a dispetto di ciò che di noi pensano gli altri. Docenti, sì, ma non solo.

Siamo psicologi. Dobbiamo conoscere gli stili cognitivi e le problematiche (connesse all’età e ai diversi vissuti personali) di decine di bambini, o di preadolescenti, o di adolescenti, ogni anno. Dobbiamo saper stilare e mettere in pratica, in seguito, dei piani didattici personalizzati, con pochissimi mezzi, pochissimo tempo a disposizione e pochi strumenti metodologici, perché nessuno ci ha insegnato a trattare adeguatamente, dal punto di vista didattico, un ragazzo con “bisogni educativi speciali”. E nessuno si rende conto di cosa significa seguire, in una classe eterogenea, alunni dal profilo talvolta complesso come i dislessici.

Siamo, siamo, siamo… Siamo educatori. Ci tocca spesso insegnare il valore del rispetto di una regola, ad alunni che non sanno proprio, in casa, cosa vuol dire.

Siamo intellettuali, dovremmo esserlo. Esperti conoscitori delle nostre discipline, da coltivare attraverso letture, studio, approfondimento.

Siamo pedagogisti. Dobbiamo conoscere ciò che insegniamo, va bene, ma soprattutto il metodo giusto per insegnarlo bene in ciascun contesto.

Siamo assistenti sociali. Dobbiamo talvolta prendere decisioni delicatissime, costosissime, valutando contesti, reazioni, conseguenze che hanno ricadute da brivido sui nostri piccoli, o grandi, alunni.

Siamo giocatori di squadra, e dobbiamo fare gruppo con intelligenza e pazienza, personalità ed umiltà. Raccogliendo i cocci di consigli di classe sgangherati, in cui le squadre sono solo quelle della serie A.

Siamo mediatori culturali. Soli, in un mondo che cambia, si trasforma, emigra. E noi sempre lì, a non saper insegnare una parola d’italiano ad un alunno straniero. A non avere uno straccio di competenza nell’insegnamento dell’italiano come L2.

Siamo… ah sì, docenti. Stipendi bassi, considerazione sociale ai minimi storici, finesettimana e pomeriggi e serate pieni di lavoro portato a casa.

Serve altro per ammettere che fino a 70 anni ci si chiede troppo? Pensiamoci. Coraggio. Buon anno.☺

 

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