il lavoro. disperatamente  di Antonio Di Lalla
29 Aprile 2013
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il lavoro. disperatamente di Antonio Di Lalla

 

Il lavoro è un diritto non una condanna, un dovere non un’alienazione, perciò va garantito e tutelato. Alle persone che non hanno accesso al lavoro viene rubato il futuro, viene spenta la speranza. Molti, soprattutto tra i giovani, non fanno chiasso, non protestano, non scendono in piazza. Si rassegnano e non sanno cosa fare del proprio avvenire. Il non-lavoro uccide interiormente, sempre più spesso anche fisicamente. Il mondo del lavoro ha bisogno disperatamente di una politica sana e lungimirante.

Riuscivo a capire la fatica per comporre il governo. Non era un ritardo, era la necessità di individuare partner affidabili per uscire dalle grinfie di quelli che ritengono, alla Berlusconi, che il capitale può comprare ogni diritto, di quelli che vogliono, alla Monti, illuderci che mercato e finanza possono essere cavalcati. Questa inqualificabile deriva presidenziale proprio no. Quando avrete sotto gli occhi queste note, probabilmente, la rabbia sarà sbollita e la normalità accidiosa avrà ripreso il suo corso. Ma questo infausto venti aprile in cui scrivo si chiude in modo indecente. Il peggior presidente della nostra breve repubblica, nel migliore stile dei paesi tribali africani, è chiamato, da una pseudo sinistra senza spina dorsale che si consegna mani e piedi, per usare un eufemismo, a Berlusconi, a replicarsi. Giustamente un partito sedicente di sinistra non poteva votare una persona seria di sinistra come Rodotà, né un Prodi affossato già due volte da presidente del consiglio per far risorgere il Cainano. Solo Napolitano d’altronde poteva essere il garante di tale impiccio. La paura del nuovo, dell’inedito li ha portati a cercare una inutile salvezza nel passato, a tentare di camminare guardando indietro. Quelli che avevano perso, vincendo le elezioni, ora si sono liquefatti, ma è proprio quando si scioglie la neve che gli stronzi non possono più essere occultati. Si può comunque evitare di calpestarli!

Sparare sulla croce rossa non è dignitoso, ma ho paura che non si rendono conto della gravità della situazione e di conseguenza non hanno la decenza di andare a casa. Mentre i cardinali di santa romana chiesa hanno dimostrato di saper leggere i segni dei tempi dando, con Francesco, una risposta positiva alle attese, la tracotanza dei nostri sinistrati li porta a brindare perché hanno fatto fronte comune con gli altri partiti contro i grillini; in realtà si stanno facendo i funerali mentre emettono gli ultimi disperati rantoli. Nel vano tentativo di sopravvivere politicamente si sono attaccati al tubo di ossigeno, lasciando il paese reale alla canna del gas. È questo il vero problema.

Finora si moriva di lavoro e sul lavoro (dal 2008 sono stati in oltre cinquemila a perdere la vita in incidenti sul lavoro, cioè oltre due persone al giorno non fanno più ritorno a casa) e questo è un assurdo, perché il lavoro è per l’uomo e non viceversa e, se si rispettasse l’inalienabile dignità dei lavoratori, gli incidenti diminuirebbero immediatamente; ora disperatamente si muore di non-lavoro. Al lavoro nero, al lavoro minorile, al lavoro sottopagato e sfruttato, alla flessibilità del lavoro che rende impossibile la vita familiare fino al superlavoro e al lavoro-carriera che impediscono la piena realizzazione della persona, si somma l’ultima piaga: il non-lavoro che uccide in modo sempre più impressionante. E a quelli che si tolgono la vita vanno aggiunti i giovani a cui viene tolto il futuro. L’austerità non ha dato i frutti sperati e la disoccupazione giovanile e di chi perde il lavoro aumenta vertiginosamente. “Lavorare stanca. Non lavorare: umilia”, annotava sulle pagine di Repubblica Ilvo Diamanti “perché lavorare non dà solo reddito. Dà dignità, riconoscimento, identità”. I risultati elettorali dovevano essere letti come un drammatico grido di allarme dei poveri, un desiderio di cambiamento, un risveglio della società che voleva avvicinarsi alla politica cercando cambiamento e invece i partiti tradizionali per niente stanchi di autoreferenzialità si sono blindati nel palazzo sordi alle grida che giungono dalla piazza.

Prima che la strage si allarghi è necessario ripartire dal lavoro perché “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” recita il primo, sempre ignorato, articolo della costituzione. Se le grandi aziende, a cominciare dalla Fiat, avessero chiaro che il lavoro viene prima del capitale e il lavoratore prima del mercato non cercherebbero anzitutto il profitto spropositato, ma condizioni di vita dignitosa per tutte le persone. La dottrina sociale della chiesa ricorda che “il lavoro è un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che ne sono capaci. La piena occupazione è un obiettivo doveroso per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune”. Una società in cui viene negato il diritto al lavoro e in cui le misure di politica economica non consentono ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione non avrà pace sociale e dunque neppure piena legittimazione. Chi può orientare la politica del lavoro e dell’economia è solo un parlamento che faccia una chiara scelta di campo, perciò, nonostante tutte le delusioni, continuiamo a lottare e a chiedere che i parlamentari non si vendano per un piatto di lenticchie, smettano di prostituirsi, come dice giustamente Battiato.

Non possiamo fare a meno della politica, ma non di questi politici; se ne ricordino prima che sia troppo tardi e la protesta non diventi incontrollabile. Continueremo a forzare perché nasca il nuovo, anche dal vecchio. La chiesa, con Francesco, insegna!☺

 

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