Il linguaggio della politica
12 Marzo 2020
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Il linguaggio della politica

Diventato ormai codice linguistico comune, l’inglese domina incontrastato il mondo moderno e in ogni luogo del pianeta è possibile sentir pronunciare ed usare le parole di questa lingua. Sempre più si avverte però anche una prevalenza della cultura, o meglio del costume contemporaneo, che i paesi anglosassoni, in maniera schietta e spesso irrispettosa, veicolano.

A molti non sarà sfuggito, ed i media lo hanno enfatizzato, il contrasto poco garbato tra il presidente degli Stati Uniti e la speaker della camera dei Rappresentanti, in occasione del discorso sullo stato dell’ Unione che, periodicamente, i presidenti in carica sono tenuti a tenere: Donald Trump ha evitato maldestramente di tendere la mano alla presidente della Camera e Nancy Pelosi, a sua volta, ha strappato i fogli dell’intervento. “Sgarbi istituzionali” si potrebbero definire, oppure “mancato rispetto del protocollo”: in realtà episodi del genere, frequenti di questi tempi, e non soltanto nei paesi anglofoni, sono il sintomo di un sempre più diffuso e contagioso malessere. Il nostro tempo pare essere attraversato dalla spasmodica corsa verso un traguardo, il che impone spesso il non rispetto delle regole, la scarsa considerazione degli altri, l’egoismo di chi vuole prevalere ad ogni costo.

Il linguaggio risulta essere la principale vittima di questa tendenza. E gli episodi citati ne danno conferma. Stephen Carter, docente all’Università Yale, già vent’anni orsono “denunciava la trivializzazione del linguaggio e dello stile politico. La tesi di fondo è che il linguaggio e lo stile non sono accessori della politica ma ne costituiscono elementi portanti” (Paolo Naso, Riforma, n. 4 2020). Ne consegue che per mezzo del linguaggio involgarito anche l’azione politica tende verso la volgarità. Il saggio cui si fa riferimento porta il titolo Civility [pronuncia: siviliti] ed il tema di fondo è proprio la civility: trasferire il vocabolo in italiano semplicemente con la parola “civiltà” non rende appieno la complessità del termine. E spesso le assonanze fonetiche si mostrano ingannevoli.

Ciò che in lingua italiana è denominato “civiltà”, nel senso di emancipazione dell’essere umano dallo “stato di barbarie”, in inglese è civilization [pronuncia: sivilaizescion]. Civility, invece, indica l’azione di mostrare rispetto per gli altri, comportandosi in maniera cortese ed usando un linguaggio non offensivo. Scrive sempre Stephen Carter che “la nostra civility nei riguardi degli altri non dipende se ci piacciano o meno … essa richiede che noi ci sacrifichiamo anche per l’estraneo, non solo per coloro che conosciamo”. Questo atteggiamento si coniuga attraverso due aspetti: “la generosità, anche se ha un prezzo, e la fiducia, che può essere rischiosa”. Sembra però che né noi, né i nostri rappresentanti siamo disposti a seguire i consigli di Carter!

Anche il nostro paese non pare estraneo a questo clima di intolleranza e di approssimazione che tenta di ridurre i tempi della riflessione e del ragionamento; siamo tutti ormai preda di un’accelerazione verso esiti riduttivi e schematici, in cui il pregiudizio, gli stereotipi, le valutazioni a cuor leggero stanno sostituendo la considerazione pacata, attenta, che ricerca la verità e l’incontro tra gli individui.

Il linguaggio che viene adoperato in campo politico o nel settore dell’economia e del mercato presenta una serie di problemi non soltanto di contenuti bensì di struttura del linguaggio stesso, il cui scopo risulta quello di indurre l’interlocutore a scegliere determinati prodotti o a ritenere veri e fondati contenuti in realtà artefatti, lasciandogli però l’impressione di essere giunto, autonomamente, a tale valutazione. Si tratta di “asimmetrie informative” che si possono verificare, ad esempio, tra elettori e partiti politici, tra venditori e consumatori. Ma allora i destinatari della comunicazione sono incapaci di comprendere il reale senso dei messaggi? Non é sempre così! Spesso siamo in presenza di un linguaggio studiato appositamente, evoluto e nei confronti del quale l’interlocutore medio non possiede adeguati strumenti di comprensione, primo fra tutti la scarsa abitudine a concentrarsi, a dedicare il giusto tempo per codificare il messaggio ed a scoprire se è fondato oppure no.

La nostra struttura cerebrale, sostiene Edoardo Lombardi Vallauri, ci rende vigili nel confutare asserzioni dichiaratamente false, ma al contempo risultiamo meno reattivi e più vulnerabili ad informazioni, ugualmente non vere, offerte attraverso un linguaggio volutamente scelto e dedicato. Si tratta dei contenuti impliciti e delle strategie di persuasione che – come recita il titolo del suo saggio – arricchiscono il linguaggio della politica di oggi: una lingua disonesta!☺

 

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