Il miracolo di greta
15 Aprile 2019
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Il miracolo di greta

Due buffe treccine, un faccino tondo, occhi trasparenti: questa è la ragazzina che ha portato due milioni di giovani in piazza a chiedere conto della distruzione del pianeta e del loro futuro.

Ovviamente già accusata di essere una manipolatrice manovrata dai genitori; ovviamente già accusati, i ragazzi, di essere quelli che manifestano ma poi si infilano nei Mac Donald’s a ingozzarsi di hamburger, che producono tonnellate di CO2. Ma tutte le chiacchiere livorose in giro sul web non appannano le immagini straordinarie di speranza e vitalità delle quali siamo così felici di riempirci gli occhi e il cuore in questi giorni.

Una marea colorata e piena di allegria, ma decisa a inchiodare noi adulti alle nostre responsabilità pesanti come macigni per l’orribile prospettiva che consegniamo a loro, quelli per i quali avremmo dovuto custodire e preservare Madre Terra, fino alla prossima settima generazione, come insegnavano i nativi americani. E invece gli lasciamo dodici anni (e forse meno) per non morire; e ad un ministro (ministro?) dell’Istruzione che con aria compunta e ipocrita ricorda loro che devono stare in classe a studiare, i ragazzi rispondono, con l’implacabile e disarmante logica dei loro giovani anni, che prima vogliono un futuro per il quale studiare. Perché hanno capito benissimo, loro, che forse non lo avranno.

Ciò che Greta ha messo in moto con il suo testardo sit-in del venerdì davanti al Parlamento svedese e con il suo discorso al Forum per l’ambiente in Polonia (davvero un miracolo di sintesi, efficacia e splendida pronuncia inglese), non potrà essere fermato facilmente; perché questi ragazzi, e tanto i potenti del mondo quanto i nostri squallidi politicanti locali non l’hanno capito, non sono “filonari” che approfittano di uno sciopero qualunque. Hanno prima letto, studiato, cercato dati, discusso e ragionato; si sono riuniti nelle scuole e nelle università, hanno setacciato internet e attivato tutti i social media possibili per coordinarsi, hanno invitato esperti e scienziati nelle loro assemblee. E poi hanno invaso strade e piazze con i loro cartelli così incisivi e divertenti, in un redde rationem globale che avrà certamente un seguito.

Ponendo alla fine una sola domanda: ma voi, voi che governate il mondo e sedete nelle stanze dei bottoni, voi ce l’avete un pianeta di riserva?

Sono andata a piazza sant’Antonio, a Termoli, la mattina del 15 marzo, a guardare gli studenti riuniti davanti al mare: quel mare che le trivelle vorrebbero sfregiare, che il depuratore rotto riempie di liquami, che la plastica soffoca lentamente, che ho visto in questi trent’anni perdere trasparenza e vita. E le loro voci serie e responsabili mi hanno riempito il cuore di speranza. Non era scontato che riuscissero a organizzarsi, in questa piccola città così indifferente dove si fa fatica a scuotere il sonno delle coscienze; questo significa che dal 15 marzo si può partire anche da qui per provare a cambiare il sistema, non solo il clima.

Certo nessuno di noi, ostinati sognatori in lotta per un mondo altro, crede ad una improvvisa inversione di rotta globale; e i ragazzi italiani si trovano oggi anche a contrastare la peggior situazione politica e sociale di sempre. Ma la storia (che è maestra di vita, checché ne pensi il ministro Bussetti) insegna che dalle piccole cose nascono i grandi cambiamenti.

Allora vale davvero la pena di impegnarci tutti per rispondere a questi ragazzi e cercare di fermare l’irresponsabilità del capitalismo trionfante che ci ha portati sull’orlo del vulcano. Sarà come scalare l’Everest a mani nude, non dobbiamo nascondercelo; significherà cambiare del tutto comode abitudini e filosofia di vita, perdere sicurezze che davamo per scontate.

Ci servono non solo energie rinnovabili, e lo stop alle fossili; ma anche un sistema completamente diverso di edilizia, trasporti, consumi. Non solo un’agricoltura fondata su princìpi diversi, ma anche cibo prodotto senza pesticidi, senza consumo illimitato di suolo e allevamenti intensivi; niente più Tir che spostano i prodotti da Nord a Sud e viceversa, niente più ciliegie a Natale arrivate in aereo, ma piccole aziende di prossimità e gruppi di acquisto. Non solo niente più Tav, con la violenza su persone e territorio, ma anche niente grandi opere inutili, come andremo a gridare in piazza a Roma il 23 marzo. Non solo edilizia sostenibile, ma anche consumo di suolo zero, cura dei territori fragili, recupero dell’esistente, diritto alla bellezza nelle periferie, stop alla finanza di progetto che espropria i cittadini dei loro luoghi identitari.

Utopia? No, perché oggi non si tratta più di scelte volontarie, ma di obblighi dettati dalla necessità di sopravvivere. March now or swim later, era scritto su alcuni cartelli venerdì. Aver fatto alzare la voce di due milioni di persone per salvare la terra è appunto il miracolo planetario di Greta.☺

 

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