Il molise e il kurdistan
11 giugno 2018
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Il molise e il kurdistan

Vent’anni di prigionia non hanno smesso di far parlare di lui. Non lo hanno proiettato nell’oblio nel quale si pretendeva sprofondasse. Non hanno fatto cessare il dibattito, il dialogo, le manifestazioni, la lotta per la sua liberazione, la battaglia per la ricerca della verità, per sapere se in fondo quell’uomo sia ancora vivo, pur se costretto ad una cella di isolamento da ormai vent’anni nel metro quadro buio di una prigione fortezza stile Alcatraz nel Mar di Marmara. Costretto a non avere più contatti con qualsiasi familiare, persona vicina, neppure con il proprio legale ormai da circa cinque anni. Si tratta di una questione di civiltà, per far tornare ad essere ‘un uomo’, colui che ormai da anni è privo di ogni libertà negativa o vita alcuna, come se si fosse macchiato del più orrendo dei crimini, relegato nel dimenticatoio dai poteri forti di Ankara che si sono succeduti nel corso degli anni.

Abdullah Öcalan appartiene ormai alla storia, ad un pezzo di storia che da più parti si ha la pretesa di voler cancellare, soprattutto da chi lo teme e lo ha temuto negli anni passati, da coloro i quali lo vedono ancora come una minaccia al proprio potere, ad uno stato di cose che devono restare intangibili.

L’artefice della condizione di esiliato di ‘Apo’ ha tanti nomi e tra questi c’è sicuramente quello dell’allora presidente del consiglio D’Alema, il quale dopo 65 giorni di ‘asilo’ in Italia, nel 1999, convinse Ocalan a lasciare il nostro paese alla volta di Nairobi, in Kenya, dove fu catturato dai servizi segreti turchi per essere poi rinchiuso nel carcere di massima sicurezza dell’isola di İmralı, dove è rimasto fino ad oggi. Tuttavia, questa storia non potrebbe prescindere dalla presenza del reale antagonista alla libertà di Ocalan, ovvero Tayyip Erdogan, il Sultano, l’attuale Monarca dell’Anatolia, al potere da più di quindici anni, leader incontrastato delle forze armate, portatore di un credo religioso assoluto come anche di una razza unica che non prevede concessioni di libertà o autodeterminazione per il popolo curdo, che conta tra i 20 ed i 30 milioni in una Turchia composta da 80 milioni totali pur in un territorio così esteso e che resta tra le enclave più numerose senza stato e senza libero accesso alla sanità pubblica. Un popolo figlio di decenni di storia, destinato alla disgregazione, ma a farsi portatore di un messaggio di speranza al di là della divisione: quasi una trasposizione su un intero popolo delle colpe attribuite al vecchio leader. Quando la volontà di autodeterminarsi va ad infrangersi contro i poteri assoluti, costituiti, che lasciano cadere nel dimenticatoio questioni come quella di Ocalan, è lecito chiedersi verso quale modernità ci stiamo effettivamente approcciando.

Tornando all’attualità, questa ci porta alla nostra regione. Il Molise ed il Kurdistan, un legame forte, proprio nel nome del ricordo di Ocalan. È in quest’ottica che lo scorso 4 maggio, due piccoli comuni, Castelbottaccio e Castel del Giudice, hanno deciso di assegnare la cittadinanza onoraria ad Apo. Un gesto simbolico, ma atto a non far abbassare la guardia, a non dimenticare.

La città di Campobasso, pur avendo ospitato l’evento principale, sia a livello istituzionale, sia nel pomeriggio con una manifestazione che ha visto la partecipazione del musicista napoletano Daniele Sepe, dell’attore Stefano Sabelli e del fumettista ex-emergente Zerocalcare, non ha però inteso unirsi ai due comuni molisani e non ha attribuito la cittadinanza onoraria ad Apo.

Nel corso della manifestazione pomeridiana, nel ripercorrere le tappe della vicenda curda, i disegni realizzati in diretta da Michele Rech, che ha ricreato le atmosfere evocate nella sua opera più celebrata, Kobane Calling, a voler ricordare che il fil-rouge che lega curdi, siriani, palestinesi, ed i popoli oppressi in generale, non ha confini e può suscitare risposte importanti anche in piccole realtà come quella molisana che può apparire così distante da certi temi.

Chi può stabilire che il popolo curdo non meriti uno stato nell’atlante politico internazionale rispetto alle civilissime democrazie occidentali? Basti pensare che nel Rojava – regione nota anche come Kurdistan siriano, altro territorio vittima della diaspora ed in orbita Daesh – al centro dell’agenda politica non è mai tramontato il tema della compatibilità ambientale rispetto allo sviluppo del territorio come anche la centralità della figura femminile, la cui presenza, alle elezioni locali e non, è obbligatoria per ogni candidatura maschile.

Paradossale che a portare questo messaggio di speranza in un paese sviluppato siano i rappresentanti di un popolo che non ha uno stato e che chiede di non essere dimenticato.

La giornata molisano-curda si conclude con un messaggio, in persiano antico, riportata su un drappo all’ingresso di un museo a Kabul su ciò che rimase a seguito della devastazione dei Talebani del 2002, che i presenti alla manifestazione hanno inteso sottolineare: A Nation stays alive when its Culture stays alive (una nazione è viva quando è viva la sua cultura).

Monito o invito che sia, il vuoto che lascia al cospetto dei tempi attuali è uno sforzo collettivo ad impegnarsi ogni giorno in quella direzione. ☺

 

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