Il morbo di k
5 Maggio 2021
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Il morbo di k

Niente panico: non è una malattia e non ha nulla a che vedere con il nemico invisibile contro il quale stiamo combattendo da più di un anno, dalla sigla altrettanto inquietante SARS-CoV-2. Morbo di K è infatti un nome di fantasia e il Coronavirus ha avuto solo il merito, per così dire, di renderlo noto, portando alla ribalta una storia di grande coraggio.

Sono i giorni dell’occupazione nazista di Roma, subito dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943. Un giovane medico di nome Giovanni Borromeo, al quale è stata negata l’assegnazione di un posto agli Ospedali Riuniti di Roma per il suo rifiuto di prendere la tessera del partito fascista, lavora come primario presso l’Ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina. È lui che, in osservanza al Giuramento di Ippocrate, ma a rischio della vita, decide, insieme a uno studente di Medicina di nome Adriano Ossicini, di provare a salvare decine di ebrei romani dalla deportazione nei campi di sterminio inventando una malattia “contagiosissima”: si tratta del morbo di K., che non solo non esiste, ma che per beffa deve pure la sua sigla all’iniziale del cognome dei terribili ufficiali nazisti Herbert Kappler (comandante della Gestapo a Roma, responsabile non solo del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943 ma anche del successivo massacro delle Fosse Ardeatine) e Albert Kesselring (il feldmaresciallo ai cui ordini le truppe tedesche si sarebbero macchiate di numerosi crimini, fra i quali le stragi di Sant’Anna di Stazzema e di Marzabotto). Il piano consiste nel dedicare al morbo di K un intero reparto dell’ospedale in cui ricoverare sotto falso nome ebrei perseguitati. Per loro vengono compilate false cartelle cliniche con l’indicazione della “contagiosissima” malattia in modo da scoraggiare i nazisti dal controllo dell’identità dei pazienti. Questi restano in reparto qualche giorno, fino al momento in cui vengono dichiarati morti, ma in realtà fuggono grazie a falsi documenti di identità nel frattempo arrivati clandestinamente da una tipografia.

Una mattina di fine ottobre 1943, un ragazzino giunge di corsa al Fatebenefratelli per avvisare di un imminente blitz dei tedeschi. Ma, dei due camion di nazisti in arrivo, il secondo tarda inspiegabilmente. Questo si trasforma in un insperato vantaggio per il dott. Borromeo, che ha così il tempo di rassicurare i malati e di raccomandare loro di non proferire parola, nemmeno se interrogati. È lui infatti a gestire l’intera ‘visita’ del medico della Wehrmacht, accompagnato da un interprete altoatesino, mentre le SS circondano e presidiano l’ospedale. Questo il racconto di Pietro Borromeo, figlio del primario, di quel momento cruciale, nel libro Il giusto che inventò il morbo di K (Roma, Fermento, 2007, pp. 61, euro 4,90): “Papà li accoglie con il miglior sorriso che riesce a sfoderare. Parla fluentemente la loro lingua che ha studiato fin da bambino e che ha perfezionato in seguito… Comincia un’accurata ispezione. La gravità del Morbo di K è scientificamente illustrata. Papà ne descrive i sintomi, l’estrema incertezza di una possibile guarigione, il terribile contagio che lo accompagna, i gravi esiti permanenti. Mostra le cartelle cliniche e chiede all’ufficiale medico di visitare egli stesso i malati, ma il quadro che ne ha fatto terrorizza i tedeschi che cominciano a tenersi alla larga dai degenti… Di fatto poco dopo se ne vanno. Papà mi dirà in seguito che, per fortuna, quel medico non era un genio. Ma questo è tipico della sua modestia: il genio era lui”.

Dopo l’arrivo degli Americani e la liberazione di Roma, il Fatebenefratelli, ormai dimessi i pazienti affetti dal Morbo di K (tutti guariti!), torna alla sua normale attività. Il dott. Borromeo, morto nel 1961 all’età di 63 anni, riceve attestati di benemerenza dalla Comunità Israelitica di Roma e da quella nazionale; viene poi insignito della Croce al Merito dell’Ordine di Malta e della Medaglia d’Argento al Valore. Ma è solo nel 2004 che arriva il riconoscimento più importante: lo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, lo nomina “Giusto tra le nazioni”. Secondo un frammento di saggezza talmudico, “Chi salva una vita, è come se avesse salvato il mondo intero”, perché esso esiste solo grazie alle azioni dei Giusti che vivono in mezzo a noi, tra le nazioni del mondo.☺

 

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