Il peccato originale della guerra
7 Aprile 2022
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Il peccato originale della guerra

Tre grandi questioni sono sul tavolo: la guerra, il collasso ambientale e la pandemia da Covid. Tre incubi in una sola notte. Il rischio maggiore è l’abitudine, l’effetto collaterale drammatico è la perdita di fiducia delle nostre comunità nel futuro, il pericolo ancor più grave è la rassegnazione delle future generazioni. La sola terapia che a me pare sensata è quella di dare una spiegazione razionale ai grandi problemi, di diradare il fumo del “pensiero unico” che ha militarizzato la comunicazione.

Mi soffermerò solo sul primo dei tre incubi: la guerra. Una guerra atroce, che giorno dopo giorno ha perso ogni sentimento di pietà, una guerra di fronte alla quale l’urlo del quadro di Munch è poca cosa. Perché? Perché la guerra è tornata nel cuore dell’Europa?

L’esercizio peggiore al quale si applicano molti e ben pagati cortigiani del sistema è quello di ridurre la guerra in Ucraina ad uno scontro manicheo fra il bene e il male. L’obiettivo, di questo coro servile, è quello di sterilizzare qualsivoglia critica al sistema che ha regolato nei decenni il governo del mondo. Oggi chiunque voglia parlare della guerra in Ucraina è costretto a fare in premessa per più e più volte atto di fede verso la democrazia di casa nostra e a ripetere “per 70 volte 7” che Putin è un dittatore e un criminale. Non solo, i tutori del “pensiero unico”, considerano qualsiasi riferimento alla storia di questi ultimi decenni, un tentativo subdolo per occultare le responsabilità di Putin. Quindi chi prova a ragionare sulla genesi del disastro attuale è un servo di Putin. Non terrò in alcuna considerazione questo terrorismo politico e psicologico.

Siamo alla fine degli anni ‘80, sono gli anni del crollo del muro di Berlino e del tentativo disperato di Gorbaciov di portare la Russia e la stessa Unione Sovietica in disfacimento verso la democrazia e verso l’Europa. Sono gli anni della “glasnost” e della “perestrojka”. L’amministrazione americana e le cancellerie europee non fecero nulla per sostenere il processo di democratizzazione della Russia, con cinismo abbandonarono Gorbacev al suo destino e sostennero Eltsin e i futuri oligarchi. L’obiettivo evidente era quello di “affogare il can che affogava”.  L’Occidente ha pensato di utilizzare la crisi sovietica non per affermare la democrazia, ma per cancellare la Russia dalla scena della politica mondiale. La tragedia che agli inizi degli anni ‘90 ha distrutto la ex Jugoslavia e ha causato un genocidio, anche allora, nel cuore dell’Europa, fu il primo dramma di quella scelta. Le sofferenze di questi giorni nella terra ucraina sono, anche, figlie di quel cinismo di ieri, e le lagrime dei potenti nelle metropoli occidentali di oggi sono lagrime di coccodrillo. Le scelte di questi ultimi trent’anni hanno quel peccato originale. Il nazionalismo e il neoimperialismo di Putin è l’ultimo atto di questa storia infelice. Ignorare questi fatti storici, queste responsabilità politiche è un’offesa alla verità, è un pacchiano tentativo di mondarsi da qualsiasi responsabilità, è rendere ancor più difficile una soluzione reale alla stessa guerra in Ucraina.

È comprensibile su tutto ciò la doppiezza degli Stati Uniti che guarda con un certo gusto politico alla instabilità, alla precarietà politica e militare europea. Quel che sorprende e avvilisce è la incapacità degli europei di trovare se stessi, di darsi una missione storica, ed essere quel soggetto politico forte che contribuisce ad un nuovo mondo senza guerre.

Di Putin e della Russia dei nostri giorni si è detto tutto il male possibile. Tutto vero, tutto giusto. Non vi è alcuna attenuante all’invasione russa dell’Ucraina, chi lo fa prende lucciole per lanterne. Putin è stato chiarissimo e non da oggi. Il presidente russo ha rimproverato Lenin e i bolscevichi per aver tradito l’anima imperiale della Russia zarista, la vocazione imperialista della Russia degli zar. Putin si è mosso con la stessa logica di potenza del presidente Kennedy, quando nel 1962  per evitare i missili russi a Cuba  minacciò la terza guerra mondiale; con gli stessi princìpi che hanno spinto tutti i presidenti americani a considerare i paesi Latinoamericani come il giardino privato della Casa Bianca; con le stesse convinzioni che hanno portato i marines americani e la Nato nella guerra in Iraq. Gli ucraini, come i cittadini di Praga del 1968, come i cileni di ieri, come i palestinesi di sempre – l’elenco sarebbe lunghissimo – sono le vittime di questa logica che ha governato il mondo dalla fine della seconda guerra mondiale.

La novità di questi giorni è che l’Europa si trova la tragedia in casa. Oggi il primo imperativo è fermare la guerra, curare le ferite dolorose del popolo ucraino, assistere gli ucraini in casa loro e dare ospitalità a quei milioni che sono fuggiti dalla guerra. In secondo luogo se vogliamo evitare il peggio per gli anni a venire, dobbiamo operare perché si cambi radicalmente registro. Come all’inizio degli anni ‘80, e poi ancora venti anni dopo, le piazze europee debbono tornare a riempirsi di un popolo autenticamente pacifista che contesti in radice la logica di potenza, delle armi e delle guerre. E al pari tempo prima che sia troppo tardi è decisivo che l’Europa esca dalla sua minorità, sia protagonista di un mondo multipolare e pacifico. Non è una strategia velleitaria, vi è almeno un altro grande protagonista nel mondo che ha, per sue ragioni profonde, bisogno di pace e stabilità, un possibile potente alleato degli europei: la Cina.  Ma questa è un’altra storia.☺

 

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