il piccolo principe    di Loredana Alberti
29 Agosto 2011
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il piccolo principe di Loredana Alberti

 

Il Piccolo Principe, scritto da Antoine de Saint- Exupery non per l’amico divenuto adulto, come recita la dedica, ma per quando l’amico era ancora bambino, pubblicato per la prima volta nel 1943 e consacrato subito, anche dallo stesso scrittore, libro per l’infanzia (ed è in quest’ottica che è stato letto, tradotto e commentato in quasi tutte le scuole secondarie, in moltissime lingue (c’è persino una traduzione recentissima in dialetto napoletano), da intere generazioni di adolescenti, si può considerare un capolavoro

È una favola scritta per i bambini, perché, come dice l’autore, gli adulti vogliono vedere solo fatti certi e sicuri, una favola delicata e moderna dedicata “ai grandi che sono stati bambini una volta e poi se ne sono dimenticati”, scritta dal bisogno dell’autore di esprimere poeticamente la necessità per l'umanità di riscoprire i sentimenti dell’amore e dell’amicizia, che vanno coltivati, alimentati, nutriti, addomesticati, proprio come fa nel libro il piccolo principe con la sua rosa, e la volpe col piccolo principe.

Nel libro lo scrittore descrive un candido bambino biondo proveniente da un asteroide sconosciuto e lontanissimo, dal quale si è allontanato per sfuggire a una rosa di cui s’è innamorato, che si presenta al narratore in pieno deserto del Sahara, dov’è stato costretto ad atterrare per un guasto al motore del suo apparecchio. Prima di approdare sulla Terra il piccolo principe ha molto vagato negli spazi, e di asteroide in asteroide, di pianeta in pianeta, di viaggio in viaggio, ha incontrato i mondi e i personaggi più disparati: fra questi un saggio, un geografo che gli consiglia di visitare il pianeta Terra, perché gode di una buona reputazione. Ed è proprio sulla Terra che, dopo aver fatto numerosi incontri, alla ricerca di amici, avviene l’incontro più significativo, quello con la volpe.

La volpe gli insegna il significato che bisogna dare alla vita mediante i riti, talvolta trascurati o dimenticati, dell’amici- zia e dell’amore, che consentono di “addomesticare”, cioè di creare dei legami e quindi di conoscere realmente le cose, piano piano, giorno dopo giorno. Alla fine dell’incontro, prima di congedarsi definitivamente, la volpe gli rivela il suo semplice segreto per cogliere “l’essenziale” delle cose: “Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È  molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. “E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.

“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa”. “Io sono responsabile della mia rosa”ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

Qualunque siano le ragioni o le cause reali che hanno prodotto tale opera, la favola, che mescola elementi di fantasia e di parabola allegorica, intrisa com’è di simboli, si presta ad essere interpretata in molti modi, ma forse il modo più bello di recepirla resta proprio quello di leggerla come una bella favola per bambini, guardando al piccolo principe e alla volpe come personaggi da fiaba che, come in un apologo morale, hanno qualcosa da insegnare anche agli adulti. Il piccolo principe cerca gli uomini, cioè la legge per vivere nel mondo degli uomini, e la volpe, saggia e non astuta come nelle favole tradizionali, spiega il modo attraverso il quale è possibile la conoscenza, cioè tramite “l’addomesticare”; certo, la conoscenza implicherà poi anche la sofferenza, ad esempio quella del distacco, ma varrà la pena soffrire se poi in cambio si guadagnerà “il colore del grano”, cioè una nuova visione delle cose. “…I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”

Il Piccolo Principe ha la rosa: la cura innaffiandola, proteggendola dal vento e dagli animali. Ed è qui che si coglie che la Cura per l’altro e l’Essere-per-l’altro sono due elementi fondamentali nel Piccolo Principe ove cura ed incontro vengono narrati con una leggerezza che arriva diritta al cuore. La "cura", qui, è intesa non nel senso scientifico o medico, ma nel senso heideggeriano dove l’essere dell’Esserci è "cura". E poiché all’Esserci appartiene, in linea essenziale, l’essere-nel-mondo, il suo modo è essenzialmente il "prendersi cura". Essa fa parte del nostro essere gettati nel mondo e fonda ogni nostra occupazione, in quanto nel suo fondamento l’Esserci è "cura". "L’uomo si prende cura, ha cura, perché è Cura. Essa ci descrive l’uomo come relazione di prossimità e di incontro con le cose e con l’altro, in un mondo che è già dato come mondo in comune e che ci occupa prima della nostra scelta di occuparcene o meno. In questo senso, ogni circostanza di vita è resa possibile dalla "cura". È in questa prospettiva che l’essere dell’Esserci del Piccolo Principe è cura in senso ontologico e autentico, è in gioco l’esistenza della rosa, del pianeta, del vulcano.

Uno dei suggerimenti più importanti è che la potenza della fantasia risveglia negli adulti una grande paura e un bisogno di difendersene, quasi temesse una sostituzione totale del mondo della "realtà" con quello della fantasia. Questo “ridurre tutto a dei numeri”, come appunto afferma il piccolo principe, e non sapere vedere oltre le apparenze ha un suo ben preciso significato: stiamo poco attenti all’interiorità delle persone, al loro modo; siamo persone che non cercano di approfondire le conoscenze: l’incontro con l’altro risveglia in noi sentimenti ed emozioni contrastanti che comprendono sia il desiderio di conoscenza e vicinanza sia timori e insicurezze che ci rendono guardinghi e a volte anche ostili. Ci sono per esempio i timori di venire feriti, traditi, ridicolizzati, imbrogliati, che ci rendono insicuri e ci spingono a cercare punti di riferimento che ci garantiscano di non soffrire.

Purtroppo quasi sempre l’aspetto esteriore più che aiutarci a capire ci confonde e ci allontana ancora di più rendendoci ulteriormente diffidenti. Il piccolo principe è tutto proteso a prendersi cura del suo pianeta, delle piante, deve “estirpare” i baobab affinché non distruggano il suo piccolo mondo crescendo troppo, dare da bere alla sua rosa che non vive senza le sue cure.

Ma non è facile amare e nemmeno farsi amare: la rosa non può fare a meno delle sue spine anche se sul pianeta non ci sono tigri, e il piccolo principe non può fare a meno di svalorizzarla e abbandonarla per le cose che dice. L’incontro con la volpe è semplicemente stupendo; questa  vuole essere “addomesticata” per poter avere un rapporto con il protagonista! Addomesticare è inteso qui come "creare legami", non assoggettare o cercare di trasformare l’altro a nostro piacimento.

E creare legami credo sia una delle cose essenziali per la nostra sopravvivenza, è grazie ad essi che la nostra vita assume valore e ricchezza ai nostri stessi occhi. L’addomesticamento è un lento e graduale avvicinamento che ci permette di imparare ad amare l’altro conoscendolo e rispettandolo nel suo modo di essere. In un certo senso è vero che quando entriamo in un legame diventiamo meno "liberi" (liberi di far cosa?), è vero che conosciamo anche il dolore dell’incomprensione e della separazione… ma credo sia l’unico modo che abbiamo per vivere pienamente e profondamente.☺

 ninive@aliceposta.it

 

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